venerdì 26 novembre 2010

SLAW - Law and all about it

SLAW - http://www.slaw.ca/ - "cooperative weblog on all things legal" - SLAW è un blog canadese, avviato cinque anni fa, che si propone di pubblicare informazioni, articoli, studi, analisi commenti e tutto l'immaginabile su ogni tipo di materia giuridica. 
L'archivio contiene non centinaia ma migliaia di articoli, consultabili per data, per argomento, per autore.
Una caratteristica molto buona è che vi collaborano sia pratici sia teorici del diritto - una sfida non da poco, perché la diatriba tra il primato della pratica o dello studio teorico nell'acquisizione di una buona competenza giuridica è una contesa tutt'altro che leggera. 
Il tono è di elevata competenza ma garbatamente colloquiale - il che in effetti aiuta ad avvicinare i temi giuridici al difficile ideale di integrazione almeno parziale con il "linguaggio comune", nonché all'altrettanto difficile ideale di tracciare per il diritto un "volto di umanità". 
La lingua è quella anglofona; gli autori sono per lo più canadesi, con partecipazione di qualche inglese di non poco prestigio e qualche americano. In ogni caso la contribuzione sembra gradita da qualunque esperienza provenga e i temi sono di portata internazionale e globale. 
Questo ne fa una pubblicazione di grande interesse non solo per lo specialista, ma anche per il curioso che abbia voglia di farsi un'idea su questo pazzo pazzo mondo "del diritto". Molti temi sono trattati sotto l'aspetto teorico-filosofico, ma di solito non astrattamente bensì con riferimento a situazioni o questioni di interesse diffuso, come ambiente, etica, diritti umani.
Tra i contributori del blog segnalo Leslie Green, professore di Oxford, tra gli altri suoi meriti e qualifiche. Il suo ultimo articolo su Slaw è di ottobre e tratta di "umanità" e diritto. Non sono del tutto d'accordo con quello che dice - ma quasi completamente su "come" lo scrive.
Lo stile del blog è razionalmente sobrio, con molto testo e poche immagini (di solito, il che è molto gradevole, solo la fotografia del viso dell'autore). Un simpatico vezzo è lo header del blog: se scorrete un po' le pagine vi accorgererete che "weather changes", nel cielo di Slaw si susseguono azzurri celestiali, piovaschi, nuvolaglie - quando fa bello ci sono gli uccellini sui fili della luce.
E' tutto, buone letture filosfico-giuridiche... e se desiderate qualcosa in italiano, o comunque altri topics, ne trovate sempre su queste pagine. A presto! 


lunedì 25 ottobre 2010

Bazzicando per il web, tra nuove rotte e vecchi amici

Ciao! Ecco qualche novità dal sito, dai link ai lavori di Ugo Volli (comunicazione, semiotica e dintorni, da vedere) ai convegni europei: aria d'autunno sempre più frizzante, e le nuove scoperte per le letture delle lunghe serate non mancano. 

Nella sezione filosofia la pagina è sempre più costellata di suggerimenti: da oggi trovi i collegamenti ai lavori di Ugo Volli - dalla pagina indicata si possono leggere molti lavori, si rischia di non saper scegliere, ma intanto ne segnalo uno, l'interessantissimo articolo su Internet e Spazio - imperdibile per gli internauti e per "navigare informati" tra spazi e geografie che non ci sono tanto familiari, per quanto li frequentiamo.


Per buttare lo sguardo in Europa, perché non dare un'occhiata all'Istituto Finlandese di Cultura? Roberto Mastroianni (informazioni sul suo sito) sarà in quella sede questa settimana (27 ottobre) per presentare Fondements de la sémiotique existentielle di Eero Tarasti.
Tra le belle sorprese per la nuova stagione, come farsi mancare il nuovo libro di Leo Babauta? Per chi ancora non l'avesse visto: Focus - ovvero, come salvare l'attenzione nell'era della distrazione. Per ora, solo in versione originale - ma... chissà, ormai Leo B. è tradottissimo, non resta che avere un po' di pazienza. Il libro è in doppia formula: una versione ridotta, che si può leggere gratuitamente, e una formula completa di contenuti multimediali e testi integrali acquistabile e visionabile dal sito ufficiale - le informazioni più complete direttamente dalle news di ZenHabits, nel post dedicato.   
Argomenti abbastanza filosofici... Troppo?  Ma no, dài: la stagione incentiva la riflessione! Tanto vale approfittarne, magari mettendosi a meditare e leggere al calduccio, le mani a scaldare intorno a una tazza di té... A presto!

mercoledì 13 ottobre 2010

Filosofia del diritto? Appunti per una significazione del concetto di "giuridico"



Il concetto di “giuridico” in una filosofia del diritto può richiedere qualche precisazione. 

Che cosa si intende per una filosofia specificamente qualificata come “del diritto”? 

Se vi si volessero ravvisare i requisiti di una filosofia “applicata”, nel senso di una teorizzazione applicabile ad uno specifico oggetto “diritto”, occorre notare innanzitutto che l'approccio filosofico invita ad escludere una concezione ingenua della “applicazione” come qualcosa che comporti la possibilità che un pensiero come una sorta di apparato teorico predisposto possa essere pacificamente utilizzato in senso meramente strumentale. 
 
Ciò che sembra chiedersi, invece, ad una filosofia, ad un pensiero teoretico, nella “applicazione” (tecnica, etica, giuridica, morale, politica, economica...), è la capacità di individuare il “pensiero”, il “pensare”, che essa esprime, nell'ambito specifico dell'esercizio di una determinata pratica, in un “fare”, un “agire”.
Non è, questa, una caratteristica peculiare del “diritto”: si può avere occasione di osservare, per esempio, come la pratica della ricerca medica o biologica incontri la stessa esigenza di cercare il supporto di un “pensare” nel “facere” della propria quotidiana opera.

Questo discorso – come una “teoria generale” di una scienza pratica, per esempio una “teoria generale del diritto” - è piuttosto ingannevole e forse ingenuo quando fa mostra di porsi direttamente una domanda del tipo “che cosa è x”; se si mantenga l'esempio del “diritto”, la domanda posta nei termini “che cos'è il diritto”, “che cos'è le legge”, “che cos'è la giustizia” etc. appare fatua in un intento che paia quello di selezionare un'etichetta per qualificare positivamente “x” (diritto, giustizia, verità...), quando la difficoltà della domanda è, piuttosto, nel “che cosa”, “quid”. 
Nel discorso del pensiero rivolto alla pratica di un “fare”, il “quid” che dovrebbe definire l'oggetto è solo illusoriamente un presupposto – in altre parole: non è possibile che una teoria fornisca una “verità” assoluta prioritariamente data sulla quale fondare la legittimazione di una pratica. 
 
Così, come quando si chiede allo scienziato “perché fa ciò che fa”, quando si chiede al ricercatore o al tecnico di laboratorio perché organizza in un determinato procedimento la mostrazione di un esperimento scientifico, la risposta è che quella mostrazione è così organizzata perché tale organizzazione si adegua ad un'idea ordinatrice che è data altrimenti, stabilita da qualcun altro o qualcos'altro. L'”ipotesi” si mostra come ciò che imprime l'esperimento e si mostra “nell'esperimento” - ma né l'esperimento né i mezzi che lo realizzano permettono di selezionare la formulazione dell'ipotesi
 
E così pure, in un processo decisionale orientato alla pronuncia di una sentenza una serie di elementi di prova vengono organizzati ad articolare un ragionamento decisorio e una motivazione che sorregge la decisione, ma il contenuto del possibile esito decisorio si vuole rigorosamente determinato per legge, secondo diritto formalizzato: è la formalizzazione giuridica nella legge a dover formulare l'ipotesi che “presiede a” ed orienta nel ragionamento l'intero impianto decisorio.
La rappresentazione di una ipotesi come formulazione che presiede all'organizzazione di un ragionamento si può tra l'altro rintracciare anche nelle linee guida ben note che propongono la lettura di una norma come un enunciato ipotetico, nella consueta forma “se x allora y”, o, quale equivalente, “a x segue y”. 
Si intuisce a prima vista come in una simile relazione il problema di riconoscere le condizioni che permettano di individuare il primo termine presieda alla possibilità di determinare il secondo; ciò comporta come aspetto particolarmente delicato che la relazione tra tali termini sia irriducibile a ciascuno di essi individualmente: pretendere che la conoscenza di uno renda pacifica la conoscenza dell'altro significa o che nulla di “sconosciuto” entrerebbe in gioco nell'operazione cognitiva, oppure che qualcosa che non si riduce a nessuno dei singoli termini concerne tale relazione. 
 
Nell'approccio del ragionamento del pensiero teoretico orientato alla pratica il “quid” del “ciò che si fa” non si cerca di enunciare positivamente, direttamente, ma quasi si scompone sui due versanti del “come si fa (ciò che si fa)” e del “perché si fa (ciò che si fa)”. Il mito scientifico-tecnico, di dominare un oggetto di sapere nel saperlo riprodurre, replicare, nell'individuarne il “come si fa”, mostra come un “che cosa” sia sempre presupposto nella pratica – ma come quel “cosa” per definizione sfugga.

La pratica mostra necessariamente l'aspetto di quel “fine” che persegue nell'ipotesi; ha bisogno di porla come presupposta; la evoca inoltre a titolo di giustificazione, spiegazione. Ma la pratica, lungi dall'azzardarsi ad enunciare positivamente la propria ipotesi, affida ad una sorta di “altra entità” tale compito.
La considerazione che uno “scopo” è imposto ed implicato nel “fare” di una attività evidenzia il più rilevante profilo della problematizzazione di un rapporto mezzi-fini.
Si affaccia inoltre, evidentemente, un problema di responsabilità: agisco attraverso i mezzi, oppure in qualche misura posso sostenere che siano i mezzi stessi di cui dispongo a condizionare il mio agire? Occorre indagare la possibilità di una risposta sotto questo aspetto alla tesi della “questione della tecnica” heideggeriana, in particolare per quanto riguarda la determinazione che si opererebbe nel “linguaggio”


sabato 9 ottobre 2010

Hai idea di che cosa significhi rivoluzione?




Image: Adam Hickmott / FreeDigitalPhotos.net
 









Cambiare significa che nulla sarà più come prima.
Non puoi cambiare qualcosa immaginando che tutto resti com'è.
Non puoi entrare nella categoria di quelli che consideri "ricchi" e continuare a percepire un sussidio per il disagio economico.
Image: br3akthru / FreeDigitalPhotos.net
Non puoi fare il libero professionista e pretendere di difendere la classe che chiami "il proletariato".
Non puoi diventare una taglia 40 e continuare a indossare i tuoi vestiti 44. E probabilmente non puoi nemmeno conservare la simpatia delle amiche con cui condividi abbuffate e sensi di colpa.
Non puoi trovare una fidanzata fantastica e continuare a lamentarti dicendo che le donne sono tutte odiose.
Non puoi essere libero e indipendente e continuare a fare la vittima che inveisce contro le oppressioni.
Non puoi sconfiggere tutti i nemici e continuare a prestare servizio come guerriero: se è tutto qui quello che sai fare, sarai, tutt'al più, un reduce.
O magari puoi: e però lo sai, che non ha senso.

E allora, che cosa ha senso fare, quando desideri un cambiamento?
Puoi provare a chiederti, per prima cosa, "è questo quello che voglio? E' proprio questo? E lo so, che cosa comporta? E' credibile, plausibile, quello che mi immagino?".

"Non voglio essere un lavoratore dipendente, non voglio che un altro mi dica che cosa fare, voglio decidere solo io". Ti stai solo lagnando, oppure sai che cosa stai dicendo, e lo dici sul serio?
Image: Maggie Smith / FreeDigitalPhotos.net
Stai dicendo, davvero, che vuoi inventarti un'attività, e un modo per renderla utile ed interessante per altre persone, e che vuoi guadagnare in modo discontinuo, a seconda dei successi, magari in una volta sola quanto prima avresti guadagnato in sei mesi - e poi più niente magari per altri sei mesi?
Che sei disposto a scindere il guadagno dalle unità di tempo, ed ancorarlo al valore effettivo di quello che fai? Che sei disposto a far fronte in prima persona alla mancanza di ispirazione, alla svogliatezza, ai cali di rendimento, tutto senza stipendio fisso o ammortizzatori sociali?
Se è questo che vuoi, o qualcosa del genere, può darsi che una libera professione o un'impresa facciano al caso tuo. Ma se non è così, stai solo parlando di passare da una scusa per lamentarti ad un'altra - e cioè non vuoi quello che dici, vuoi solo lagnarti.

Lagnarsi non è male: puoi farlo. Puoi dire che ti serve uno sfogo, che vuoi dare voce ad un malessere e una rabbia che ti covano dentro, puoi dire che devi buttare fuori tutta una serie di impressioni negative, prima di poter pensare "a cuore libero". 
Questo va bene. 
Ma non chiamare "desideri" quelle che sono invece delle invettive di sfogo. Non chiamarle "ragionamenti" o "idee". Non pretendere che chi ti dà ascolto "capisca", perché quello che chiedi è che qualcuno ti stia vicino, ti consoli, o provi compassione (autentica com-passione, non pietismo) e non c'è niente da "capire".
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mercoledì 6 ottobre 2010

Essere senza tempo: il nuovo libro di Diego Fusaro




Esce oggi il nuovo libro di Diego Fusaro: Essere senza tempo, edito da Bompiani. 

Strizza l'occhio naturalmente a Heidegger, dal titolo (echi di Essere e Tempo), ma il tempo di cui parla promette di non essere riservato a presunti adepti della filosofia metafisica estrema.

L'Autore, come noto, si è cimentato e si cimenta assiduamente con il pensiero di Karl Marx (marxiano, non marxista, opportuna la precisazione ricorrente nei suoi interventi) ed è facile aspettarsi che sia in grado di impegnarsi nella riflessione astratta senza per questo perdere aderenza con il significato dell'esperienza quotidiana che del "tempo" possiamo fare personalmente. 


martedì 7 settembre 2010

D(M)D - Denaro (Merce) Denaro, e poi vedremo? - un'invettiva estemporanea

Image: FreeDigitalPhotos.net
Basta. Se un tizio mi fermasse per strada e mi chiedesse se mi va di comprare la sua banconota da 5 euro al prezzo di altri 5 euro lo guarderei come se fosse un pazzo babbeo importuno e passerei lasciandolo con uno sguardo di commiserazione.
Se mi chiedesse sei euro in cambio di cinque, lo crederei meno scemo, ma più deprecabilmente imbroglione.
Se mi chiedesse di dargliene 4, però, al di là del dubbio che ci sia sotto un imbroglio, o che il tizio sia impazzito, immagino che un pensierino ce lo farei.
Perché?
Il solo fatto che io prenda in considerazione di scontare a 4 euro una banconota da 5, acquistando un valore ingiustificabilmente elevato di 1 euro (in questo caso una percentuale folle del 20%), accettando che un altro mi "regali" quel 20% per ragioni che a me non sono comprensibili, mi fa già capire con un piccolo ragionamento che appare meno assurda la sua richiesta di fare il contrario, di comprare la sua banconota pagandola sei euro. Io posso averlo preso per pazzo, magari l'ho anche insultato, ma il fatto è che se io sono disposto a credere che qualcuno mi compri quattro euro al prezzo di cinque, allora anche lui può provare a vedere se qualcuno è disposto a comprare i suoi cinque al prezzo di sei.
Image: FreeDigitalPhotos.net
Non fa una piega. Se per lui può essere desiderabile ottenere di aumentare del 20% il valore del suo denaro, può darsi che il tentativo valga il rischio di essere preso per pazzo. Pazienza, sopportabile, soprattutto se a prenderlo per pazzo è una persona ingenua e sprovveduta come me. A lui basta probabilmente che una su 100 delle persone a cui si rivolge lo prenda sul serio, e il guadagno è raggiunto.
Quando vi promettono 5.000, 40.000, fino a 60.000 euro in 48 ore, anche per protestati disoccupati pensionati etc., di prestito immediato per risolvere qualunque eventuale emergenza economica che si stia presentando, quello che fate se accettate è questo - comprate 100 al prezzo di 105, prendete 5000 e lo pagate 5250, 5500, 6000... - il vostro "amico" ci guadagna 250, 500, 1000; e quegli stessi 250, 500, 1000 ce li rimettete voi.
Non c'è niente di così ripugnante per l'immaginario collettivo, visto che a finire nelle reti di strozzini, privati o istituzionalizzati, sono/siamo in grande numero; e che spesso tra lo strozzinaggio riconosciuto e quello ammantato di legalità l'unica differenza è un tasso legale approvato da istituzioni criminalizzate ammantate di legittimazione immeritata.
Non c'è niente di strano, se gli annunci che compaiono dovunque (sui cartelloni sui mezzi pubblici in radio in televisione - o, guarda un po', probabilmente su tutte le pagine con annunci in rete, probabilmente la stessa su cui state leggendo ora) promettono questo scambio!
Assurdo o normale? Non è così strano - tutt'e due insieme. L'assurdità è così intessuta nel reale da apparirci facilmente come ordinaria e automaticamente come normale.
Image: Graeme Weatherston / FreeDigitalPhotos.net
A maggior ragione, che sia normale o no non deve importarci un fico secco - ci piace o no? Ci sta bene o no? Non mi interessa che sia "normale": la normalità può fare molto più schifo della straordinarietà, dell'a-normalità, dell'assurdo. Alla fine, sta a me scegliere, difficile o quasi impossibile o facile che mi possa sembrare - questo è il peso, dalla proverbiale insostenibile leggerezza, della libertà.
Questa è un'invettiva, non è una critica, non è un'analisi, non è un appello - è uno sfogo dettato da una cronica esasperazione. Perdonate se pecca di approssimatezza, è uno sfogo e non presuppone accuratezza. Mi potreste dire, e sono già d'accordo, che comunque è così che l'economia gira, che quello che si compra in questo traffico di cui faccio finta di non comprendere le ragioni è una dilazione di tempo che in alcuni casi appare indispensabile, e in altri casi semplicemente vantaggiosa; che la circolazione del denaro così ottimizzata produce un profitto, per tutti, e che è logico pertanto che non mi pesi pagare il giusto interesse, con soddisfazione di ognuno.
Queste e milioni di altre le obiezioni possibili. Valide. Ma non bastano ad accettare la truffa quotidiana che nelle maglie di questa stessa rete intesse e avvelena il nostro vivere.

Per un commento più equilibrato su questi temi, leggi intanto qualcosa sul blog di Filippo Bergamino Indipendenza Finanziaria, e resta su queste pagine prossimamente!  



mercoledì 18 agosto 2010

Il caso del Valore allo sbaraglio

Immaginiamo per un momento che i "valori" non siano qualcosa di sancito da una entità superiore, divina, o anche da una morale equiparata al divino, avvolta in un'aura di assolutezza e di mistero. Immaginiamo che questo tuttavia non significhi, neppure, che "i valori non esistano": immaginiamo che non siano, anche se non sono assoluti e divini, un qualcosa di per ciò stesso inventato senza fondamento, come una storia raccontata da un imbroglione, ma che siano qualcosa di vero, di effettivo, di operante.

E' possibile immaginare questo? Un mondo di "valori" demisticizzati, ma non per questo ridotti ad un nulla, e neppure ad un calcolo razionale spiegabile con una formula economicistica?

Credo che sia possibile. Immagineremo perciò, per esempio, che "valore" sia qualcosa di riconosciuto da un gruppo significativamente aggregato di persone, un gruppo di rilevanza sufficiente perché i membri che se ne riconoscono parte possano immaginare ragionevolmente che quei valori siano incontestati e condivisi unanimemente da tutti coloro che fanno parte del gruppo, che siano ritenuti "la norma" per una collettività che per il "loro" mondo possa assimilarsi al "tutti" - pur nella consapevolezza che di fatto esistano molte persone che pensano ed agiscono diversamente, eppure tale consapevolezza non sia rilevante per destituire quei valori di fondamento. Se, per esempio, da bambini ci è stato insegnato in famiglia che ci si lava sempre le mani prima di mettersi a tavola, e che non è permesso presentarsi a tavola senza averlo fatto, è concepibile che noi da bambini ubbidienti capissimo benissimo che forse molte persone si sarebbero messe a tavola senza lavarsi le mani, e che queste persone potevano essere anche biasimevoli per qualche motivo, ma ci saremmo stupiti molto se ci fossimo accorti che questo potesse essere normale per uno "dei nostri", un fratellino, un cugino, uno zio, un amico di famiglia... Il valore "solo mani lavate a tavola" era una cosa riconosciuta come vera e vincolante, non come una regola accidentale.

Ma in che modo si può stabilire un valore? C'è qualcosa che richiama quello che negli studi giuridici si indica come una "consuetudine", con la differenza che il termine consuetudine si impiega in questo senso come termine strettamente giuridico, mente il termine "valore" se ne distingue perché ritenuto attinente alla sfera della morale. Il grado di vincolo normativo, tuttavia, e la formazione, intesa come storicamente intracciabile, vuoi come "innata", vuoi come tanto remota da averne perso memoria, sono analoghi.

Ma come si può spiegare che esistano sistemi di valori diversi? Come riconoscere un "valore" culturale?

Se ammettiamo che per la cogenza di un valore, così come per la valenza giuridica di una consuetudine, non possa darsi (o quantomeno possa non darsi) una tracciabilità storica, in altre parole ammettiamo che non se ne possa tracciare una genealogia, non se ne possa ricostruire un procedimento di formazione, allora pretendere di ripercorrere la storia di formazione di un valore o un complesso di valori non pare essere molto utile al fine di individuare quali siano i valori di una cultura determinata, nè tantomeno al fine di stabilire se, tra complessi di valori che appaiano contrastanti, ve ne sia uno che debba prevalere legittimamente su un altro.

In altre parole, mi sto riferendo all'ipotesi che gruppi che si identifichino come appartenenti a culture disomogenee riscontrino un conflitto tra i rispettivi valori inerenti ad un particolare aspetto della vita associata: se i due gruppi per qualche motivo si trovano a coesistere in uno spazio comune, e i due complessi di valori sono discordi al punto di non poter coesistere (per esempio perché secondo uno si devono lavare sempre le mani con acqua prima di mettersi a tavola, mentre per l'altro per esempio usare l'acqua appena prima di mettersi a tavola sia disdicevole e sia invece dovuto cospargersi le mani di sabbia prima di toccare cibo), come si potrà individuare se un sistema di valori debba prevalere, e quale? E' legittimo pretendere di affermare che, per esempio, uno dei due sistemi di valori sia quello corretto, mentre l'altro sia sbagliato, e debba essere uniformato al primo?

Abbiamo detto che non ha senso in un caso come questo rifarsi ad una sorta di genealogia o di storia della formazione dei rispettivi valori.

In effetti, se ci si domanda se un valore sia effettivamente tale, se costituisca una norma morale che viene ritenuta tale da un gruppo di persone, non ha molto senso cercare di elaborare test logici più o meno raffinati, elaborati od eleganti. La constatazione di una valida norma morale è nella constatazione "di fatto" di un comportamento socialmente significativo. E' in un certo senso in re ipsa. Non è dimostrabile, ma tutt'al più mostrabile. Si può dire che se ci si chiede se una norma morale sia effettivamente esistente, probabilmente è perché esiste. Se più norme morali appaiono in conflitto, e non pare ragionevolmente individuabile un motivo di imbarazzo che sia di fatto estraneo alla sfera morale (per esempio un problema di interessi economici, di minacce materiali, di rapporti di forza etc.), ma semplicemente in entrambi i gruppi le persone che ci tengono a comportarsi "come si deve", senza secondi fini di rilievo, enunciano norme tra loro insanabilmente contrastanti, allora esistono due confliggenti sistemi morali - entrambi veri, legittimi e ugualmente fondati e cogenti rispettivamente per ciascuno dei gruppi.

Come è possibile?

Forse, per esempio, perché diverse sono state determinate condizioni in cui quelle culture si sono sviluppate e quelle norme hanno trovato applicazione...

Ma non avevamo detto di lasciar fuori i tentativi di una genealogia dei valori?

Ebbene, avevamo detto che una genealogia dei valori è irrilevante ai fini di determinare se un valore sia tale o no, di "riconoscere", individuare, un sistema di valori. Quello che però stiamo facendo ora è ipotizzare, una volta che un valore sia stato riconosciuto come tale, per esempio perché osservato nel conflitto effettivo con un altro valore, che siano state determinate condizioni materiali, culturali, storiche a contribuire al delinearsi di quella forma di valore.

Nell'esempio già immaginato di come comportarsi prima di mettersi a tavola, forse chi dice che è buona cosa lavarsi le mani con acqua lo dice perché le mani devono essere pulite, l'acqua è normalmente disponibile ed usata per la pulizia, e le mani sono di solito poco pulite perché intente in attività quali lavoro o gioco a contatto con sostanze che sporcano. L'altro gruppo, per cui non è assolutamente cosa buona lavarsi con acqua, mentre è cosa buona impiastrarsi di sabbia, può darsi che sia abituato ad abitare in zone in cui l'acqua scarseggia, le poche fonti di liquidi sono lorde e ridotte a pantano, e magari le mani sono sempre pulite prima di mettersi a tavola, perché per esempio i pasti si consumano in locali prima di accedere ai quali ci si deterge abitualmente con una pezza di stoffa pulita, per poi applicare una polvere di sabbia o una farina che protegge le mani dall'unto dei cibi. L'acqua, di fatto, in una simile situazione sporcherebbe anziché garantire igiene.

Ovviamente, se non parliamo di regole pratiche, ma di norme morali, si deve immaginare che si tratti di accorgimenti entrati in un automatismo, per cui è moralmente ripugnante sedere a tavola senza aver passato le mani sotto l'acqua, in un caso, e avendole vicersa bagnate, nell'altro caso. Chi lo fa, insegnandolo ai più giovani, e indicando come biasimevole un comportamento contrario, potrebbe forse spiegare, riflettendo o riferendosi a racconti tradizionali, perchè lo faccia, ma più facilmente alla domanda "perché si fa" potrebbe rispondere che si fa così perché si fa così, punto e basta.

Se provo ora ad immedesimarmi in una morale sociale quale, per esempio, quella dell'etica del lavoro... Lavorare, fare il proprio dovere, rispettare i patti, gli orari, le regole, i colleghi, i capi... A che cosa penso? Penso ad un mondo che per quanto possa occasionalmente apparirci un po' strano, comunque capiamo benissimo, accettiamo sostanzialmente con le sue regole del gioco. Riconosciamo che l'interesse per denaro e potere economico o politico-economico appare esasperato - che il perseguimento del profitto, incentrato su un sistematico accaparramento di risorse, ha del patologico - eppure molto raramente o mai ce ne sottraiamo, e comunque i nostri comportamenti prevalenti paiono tendere a perpetuare il gioco anziché a scoraggiarlo.

Possiamo scrivere contro colonizzazione, colonialismi e neocolonialismi, anche in buona fede, e contro l'esasperazione della vita degli "affari", del "business", dell'interesse "economico" (http://andimabe.blogspot.com/2010/06/prima-del-calcio-dinizio.html) e tuttavia ci rendiamo conto di continuare ad esserne parte, e forse nel momento stesso in cui scriviamo contro.
"i personaggi son sempre gli stessi: europei assetati di risorse e ricchezze che invadono terre nuove, noncuranti delle popolazioni native, che vengono governate, schiavizzare, spesso sterminate"
"Parte della nostra ricchezza quotidiana, dei servizi, del progresso, dei benefici, è macchiata di sangue ma non lo sappiamo o preferiamo ignorarlo, dimenticare, coinvolti nella giostra veloce degli impegni importantissimi" http://andimabe.blogspot.com/2010/07/congo-in-limbo.html
Ma se le logiche sociali, culturali, comportamentali etc. della società a cui sentiamo di appartenere in prevalenza sono di questo tipo, se giochiamo questa parte, perché ci è permesso conservarle? Perché, di fatto, siamo in grado di conservarle? La nostra logica prevale perché ha qualche punto di forza, è "migliore" in qualche senso? E non dovrebbe essere smascherabile, opponibile, controbilanciabile? Non dovrebbe implodere, cedere... o essere "copiata", farci perdere il vantaggio?

Non lo so.

Però immaginiamo che si tratti di un gioco di logiche che fanno capo a sistemi di valori diversi. Immaginiamo, per esempio, che la logica che identifichiamo come "nostra", "occidentale", abbia come proprio, tra altri, un assunto del tipo "occorre combattere per ottenere più risorse di sostentamento possibile, è valoroso chi se le assicura con ogni mezzo di cui possa disporre, e occorre combattere per conservare ogni vantaggio ottenuto". Occorre combattere, raccogliere, conservare. Occorre ampliare il campo di raccolta e mantenere basso il numero di coloro che siano ammessi a disporre delle risorse.

Immaginiamo una logica di un altro genere, identificante un diverso gruppo sociale. Una logica, per esempio, di tipo "occorre combattere per assicurarsi la sopravvivenza, i mezzi di sostentamento sono abbondanti e inesauribili, ce n'è per quanti si voglia purché si sia disposti a spostarsi o a combattere se necessario per conquistarseli; anche se i mezzi di sostentamento sono abbondanti, esistono minacce alla sopravvivenza che riguardano le nostre famiglie, le nostre donne, i bambini: è valoroso chi sa difendere da un nemico o da un pericolo il proprio gruppo. Occorre combattere, inseguire e respingere, vigilare. Occorre viaggiare leggeri, conoscere il proprio territorio, stare vicino a chi proteggiamo.

La differenza che pongo tra queste due ottiche è quella tra una mentalità secondo cui le risorse materiali sono abbondanti e ricche, da una parte, e, dall'altra, una secondo cui le risorse materiali sono scarse e povere.

Ecco qual è l'immagine a cui voglio arrivare.

Se un gruppo della mentalità che combatte per accaparrarsi risorse, spostandosi alla ricerca, meritevole, di nuove terre per assicurare beni al proprio gruppo, incontra un gruppo che combatte per difendersi da aggressioni corporali, e che ha un'idea di assoluta abbondanza delle risorse, il secondo gruppo non vedrà nessuno svantaggio nel cedere risorse al primo, e non vedrà nell'atteggiamento di questo nessun atto di minaccia o di violenza; non vedrà nulla da cui difendersi e nulla contro cui combattere. Per contro, il primo gruppo ben volentieri comincerà con l'accaparrarsi quello che gli viene ceduto e coglierà nel disinteresse del secondo gruppo per le proprie risorse un segno indubbio di debolezza, mollezza, ingenuità e cedevolezza. Prima di poter capire che per la prima volta dovrà lottare per conservare le proprie risorse, il secondo gruppo se ne troverà privato. A quel punto, è troppo tardi.

Ma le logiche utilitaristiche in base alle quali il gruppo oppressore ha subissato l'altro non appartengono a quest'ultimo: questo non può difendersi perché l'oggetto dell'aggressione che subisce gli è estraneo. E' colto di sorpresa: il suo corredo per la sopravvivenza è rozzo e inadeguato, insufficiente, perché non sapeva come va il resto del mondo, tranquillo com'era nella sua terra dell'abbondanza.

Per il primo gruppo, depredare colui che non è conscio della ricchezza che possiede, e se ne disinteressa, significa soltanto dare il giusto valore ad un bene dall'altro sottovalutato. Per il secondo gruppo, è incomprensibile che il primo si affanni per togliergli tutte le risorse: perché mai qualcuno dovrebbe volere più di quello che è in grado di utilizzare? Perché poche centinaia di uomini dovrebbero essere una minaccia per le risorse?

Il gioco è fatto - e se ci lamentiamo di aver assunto il ruolo dei cattivi, il problema, adesso, è nostro.
 

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