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lunedì 5 marzo 2012

letture da ripensare:

"If education were to become free and less time consuming, what would stop you from learning?" - Scott H. Young (link)
"Se l'istruzione diventasse gratuita e richiedesse meno dispendio di tempo, che cosa ti tratterrebbe dall'imparare?". Spunti di riflessione: ci penserò e mi piacerebbe che lo facessimo in tanti. Istruzione gratuita; tempo e risorse; ricchezza del sapere; motivazione; apprendimento e miglioramento; studio e scienza - in una sola frase sono già come minimo questi sei i temi non trascurabili.
Ci ritornerò. Ma intanto suggerisco la lettura e il video di Scott: http://www.scotthyoung.com/blog/2012/03/04/learn-faster-without-college/
                                                                                        

martedì 7 settembre 2010

D(M)D - Denaro (Merce) Denaro, e poi vedremo? - un'invettiva estemporanea

Image: FreeDigitalPhotos.net
Basta. Se un tizio mi fermasse per strada e mi chiedesse se mi va di comprare la sua banconota da 5 euro al prezzo di altri 5 euro lo guarderei come se fosse un pazzo babbeo importuno e passerei lasciandolo con uno sguardo di commiserazione.
Se mi chiedesse sei euro in cambio di cinque, lo crederei meno scemo, ma più deprecabilmente imbroglione.
Se mi chiedesse di dargliene 4, però, al di là del dubbio che ci sia sotto un imbroglio, o che il tizio sia impazzito, immagino che un pensierino ce lo farei.
Perché?
Il solo fatto che io prenda in considerazione di scontare a 4 euro una banconota da 5, acquistando un valore ingiustificabilmente elevato di 1 euro (in questo caso una percentuale folle del 20%), accettando che un altro mi "regali" quel 20% per ragioni che a me non sono comprensibili, mi fa già capire con un piccolo ragionamento che appare meno assurda la sua richiesta di fare il contrario, di comprare la sua banconota pagandola sei euro. Io posso averlo preso per pazzo, magari l'ho anche insultato, ma il fatto è che se io sono disposto a credere che qualcuno mi compri quattro euro al prezzo di cinque, allora anche lui può provare a vedere se qualcuno è disposto a comprare i suoi cinque al prezzo di sei.
Image: FreeDigitalPhotos.net
Non fa una piega. Se per lui può essere desiderabile ottenere di aumentare del 20% il valore del suo denaro, può darsi che il tentativo valga il rischio di essere preso per pazzo. Pazienza, sopportabile, soprattutto se a prenderlo per pazzo è una persona ingenua e sprovveduta come me. A lui basta probabilmente che una su 100 delle persone a cui si rivolge lo prenda sul serio, e il guadagno è raggiunto.
Quando vi promettono 5.000, 40.000, fino a 60.000 euro in 48 ore, anche per protestati disoccupati pensionati etc., di prestito immediato per risolvere qualunque eventuale emergenza economica che si stia presentando, quello che fate se accettate è questo - comprate 100 al prezzo di 105, prendete 5000 e lo pagate 5250, 5500, 6000... - il vostro "amico" ci guadagna 250, 500, 1000; e quegli stessi 250, 500, 1000 ce li rimettete voi.
Non c'è niente di così ripugnante per l'immaginario collettivo, visto che a finire nelle reti di strozzini, privati o istituzionalizzati, sono/siamo in grande numero; e che spesso tra lo strozzinaggio riconosciuto e quello ammantato di legalità l'unica differenza è un tasso legale approvato da istituzioni criminalizzate ammantate di legittimazione immeritata.
Non c'è niente di strano, se gli annunci che compaiono dovunque (sui cartelloni sui mezzi pubblici in radio in televisione - o, guarda un po', probabilmente su tutte le pagine con annunci in rete, probabilmente la stessa su cui state leggendo ora) promettono questo scambio!
Assurdo o normale? Non è così strano - tutt'e due insieme. L'assurdità è così intessuta nel reale da apparirci facilmente come ordinaria e automaticamente come normale.
Image: Graeme Weatherston / FreeDigitalPhotos.net
A maggior ragione, che sia normale o no non deve importarci un fico secco - ci piace o no? Ci sta bene o no? Non mi interessa che sia "normale": la normalità può fare molto più schifo della straordinarietà, dell'a-normalità, dell'assurdo. Alla fine, sta a me scegliere, difficile o quasi impossibile o facile che mi possa sembrare - questo è il peso, dalla proverbiale insostenibile leggerezza, della libertà.
Questa è un'invettiva, non è una critica, non è un'analisi, non è un appello - è uno sfogo dettato da una cronica esasperazione. Perdonate se pecca di approssimatezza, è uno sfogo e non presuppone accuratezza. Mi potreste dire, e sono già d'accordo, che comunque è così che l'economia gira, che quello che si compra in questo traffico di cui faccio finta di non comprendere le ragioni è una dilazione di tempo che in alcuni casi appare indispensabile, e in altri casi semplicemente vantaggiosa; che la circolazione del denaro così ottimizzata produce un profitto, per tutti, e che è logico pertanto che non mi pesi pagare il giusto interesse, con soddisfazione di ognuno.
Queste e milioni di altre le obiezioni possibili. Valide. Ma non bastano ad accettare la truffa quotidiana che nelle maglie di questa stessa rete intesse e avvelena il nostro vivere.

Per un commento più equilibrato su questi temi, leggi intanto qualcosa sul blog di Filippo Bergamino Indipendenza Finanziaria, e resta su queste pagine prossimamente!  


mercoledì 18 agosto 2010

Il caso del Valore allo sbaraglio

Immaginiamo per un momento che i "valori" non siano qualcosa di sancito da una entità superiore, divina, o anche da una morale equiparata al divino, avvolta in un'aura di assolutezza e di mistero. Immaginiamo che questo tuttavia non significhi, neppure, che "i valori non esistano": immaginiamo che non siano, anche se non sono assoluti e divini, un qualcosa di per ciò stesso inventato senza fondamento, come una storia raccontata da un imbroglione, ma che siano qualcosa di vero, di effettivo, di operante.
E' possibile immaginare questo? Un mondo di "valori" demisticizzati, ma non per questo ridotti ad un nulla, e neppure ad un calcolo razionale spiegabile con una formula economicistica?

Credo che sia possibile. Immagineremo perciò, per esempio, che "valore" sia qualcosa di riconosciuto da un gruppo significativamente aggregato di persone, un gruppo di rilevanza sufficiente perché i membri che se ne riconoscono parte possano immaginare ragionevolmente che quei valori siano incontestati e condivisi unanimemente da tutti coloro che fanno parte del gruppo, che siano ritenuti "la norma" per una collettività che per il "loro" mondo possa assimilarsi al "tutti" - pur nella consapevolezza che di fatto esistano molte persone che pensano ed agiscono diversamente, eppure tale consapevolezza non sia rilevante per destituire quei valori di fondamento. Se, per esempio, da bambini ci è stato insegnato in famiglia che ci si lava sempre le mani prima di mettersi a tavola, e che non è permesso presentarsi a tavola senza averlo fatto, è concepibile che noi da bambini ubbidienti capissimo benissimo che forse molte persone si sarebbero messe a tavola senza lavarsi le mani, e che queste persone potevano essere anche biasimevoli per qualche motivo, ma ci saremmo stupiti molto se ci fossimo accorti che questo potesse essere normale per uno "dei nostri", un fratellino, un cugino, uno zio, un amico di famiglia... Il valore "solo mani lavate a tavola" era una cosa riconosciuta come vera e vincolante, non come una regola accidentale.
Ma in che modo si può stabilire un valore? C'è qualcosa che richiama quello che negli studi giuridici si indica come una "consuetudine", con la differenza che il termine consuetudine si impiega in questo senso come termine strettamente giuridico, mente il termine "valore" se ne distingue perché ritenuto attinente alla sfera della morale. Il grado di vincolo normativo, tuttavia, e la formazione, intesa come storicamente intracciabile, vuoi come "innata", vuoi come tanto remota da averne perso memoria, sono analoghi.
Ma come si può spiegare che esistano sistemi di valori diversi? Come riconoscere un "valore" culturale?
Se ammettiamo che per la cogenza di un valore, così come per la valenza giuridica di una consuetudine, non possa darsi (o quantomeno possa non darsi) una tracciabilità storica, in altre parole ammettiamo che non se ne possa tracciare una genealogia, non se ne possa ricostruire un procedimento di formazione, allora pretendere di ripercorrere la storia di formazione di un valore o un complesso di valori non pare essere molto utile al fine di individuare quali siano i valori di una cultura determinata, nè tantomeno al fine di stabilire se, tra complessi di valori che appaiano contrastanti, ve ne sia uno che debba prevalere legittimamente su un altro.
In altre parole, mi sto riferendo all'ipotesi che gruppi che si identifichino come appartenenti a culture disomogenee riscontrino un conflitto tra i rispettivi valori inerenti ad un particolare aspetto della vita associata: se i due gruppi per qualche motivo si trovano a coesistere in uno spazio comune, e i due complessi di valori sono discordi al punto di non poter coesistere (per esempio perché secondo uno si devono lavare sempre le mani con acqua prima di mettersi a tavola, mentre per l'altro per esempio usare l'acqua appena prima di mettersi a tavola sia disdicevole e sia invece dovuto cospargersi le mani di sabbia prima di toccare cibo), come si potrà individuare se un sistema di valori debba prevalere, e quale? E' legittimo pretendere di affermare che, per esempio, uno dei due sistemi di valori sia quello corretto, mentre l'altro sia sbagliato, e debba essere uniformato al primo?
Abbiamo detto che non ha senso in un caso come questo rifarsi ad una sorta di genealogia o di storia della formazione dei rispettivi valori.
In effetti, se ci si domanda se un valore sia effettivamente tale, se costituisca una norma morale che viene ritenuta tale da un gruppo di persone, non ha molto senso cercare di elaborare test logici più o meno raffinati, elaborati od eleganti. La constatazione di una valida norma morale è nella constatazione "di fatto" di un comportamento socialmente significativo. E' in un certo senso in re ipsa. Non è dimostrabile, ma tutt'al più mostrabile. Si può dire che se ci si chiede se una norma morale sia effettivamente esistente, probabilmente è perché esiste. Se più norme morali appaiono in conflitto, e non pare ragionevolmente individuabile un motivo di imbarazzo che sia di fatto estraneo alla sfera morale (per esempio un problema di interessi economici, di minacce materiali, di rapporti di forza etc.), ma semplicemente in entrambi i gruppi le persone che ci tengono a comportarsi "come si deve", senza secondi fini di rilievo, enunciano norme tra loro insanabilmente contrastanti, allora esistono due confliggenti sistemi morali - entrambi veri, legittimi e ugualmente fondati e cogenti rispettivamente per ciascuno dei gruppi.

Come è possibile?

Forse, per esempio, perché diverse sono state determinate condizioni in cui quelle culture si sono sviluppate e quelle norme hanno trovato applicazione...
Ma non avevamo detto di lasciar fuori i tentativi di una genealogia dei valori?
Ebbene, avevamo detto che una genealogia dei valori è irrilevante ai fini di determinare se un valore sia tale o no, di "riconoscere", individuare, un sistema di valori. Quello che però stiamo facendo ora è ipotizzare, una volta che un valore sia stato riconosciuto come tale, per esempio perché osservato nel conflitto effettivo con un altro valore, che siano state determinate condizioni materiali, culturali, storiche a contribuire al delinearsi di quella forma di valore.
Nell'esempio già immaginato di come comportarsi prima di mettersi a tavola, forse chi dice che è buona cosa lavarsi le mani con acqua lo dice perché le mani devono essere pulite, l'acqua è normalmente disponibile ed usata per la pulizia, e le mani sono di solito poco pulite perché intente in attività quali lavoro o gioco a contatto con sostanze che sporcano. L'altro gruppo, per cui non è assolutamente cosa buona lavarsi con acqua, mentre è cosa buona impiastrarsi di sabbia, può darsi che sia abituato ad abitare in zone in cui l'acqua scarseggia, le poche fonti di liquidi sono lorde e ridotte a pantano, e magari le mani sono sempre pulite prima di mettersi a tavola, perché per esempio i pasti si consumano in locali prima di accedere ai quali ci si deterge abitualmente con una pezza di stoffa pulita, per poi applicare una polvere di sabbia o una farina che protegge le mani dall'unto dei cibi. L'acqua, di fatto, in una simile situazione sporcherebbe anziché garantire igiene.
Ovviamente, se non parliamo di regole pratiche, ma di norme morali, si deve immaginare che si tratti di accorgimenti entrati in un automatismo, per cui è moralmente ripugnante sedere a tavola senza aver passato le mani sotto l'acqua, in un caso, e avendole vicersa bagnate, nell'altro caso. Chi lo fa, insegnandolo ai più giovani, e indicando come biasimevole un comportamento contrario, potrebbe forse spiegare, riflettendo o riferendosi a racconti tradizionali, perchè lo faccia, ma più facilmente alla domanda "perché si fa" potrebbe rispondere che si fa così perché si fa così, punto e basta.
Se provo ora ad immedesimarmi in una morale sociale quale, per esempio, quella dell'etica del lavoro... Lavorare, fare il proprio dovere, rispettare i patti, gli orari, le regole, i colleghi, i capi... A che cosa penso? Penso ad un mondo che per quanto possa occasionalmente apparirci un po' strano, comunque capiamo benissimo, accettiamo sostanzialmente con le sue regole del gioco. Riconosciamo che l'interesse per denaro e potere economico o politico-economico appare esasperato - che il perseguimento del profitto, incentrato su un sistematico accaparramento di risorse, ha del patologico - eppure molto raramente o mai ce ne sottraiamo, e comunque i nostri comportamenti prevalenti paiono tendere a perpetuare il gioco anziché a scoraggiarlo.

Possiamo scrivere contro colonizzazione, colonialismi e neocolonialismi, anche in buona fede, e contro l'esasperazione della vita degli "affari", del "business", dell'interesse "economico" (http://andimabe.blogspot.com/2010/06/prima-del-calcio-dinizio.html) e tuttavia ci rendiamo conto di continuare ad esserne parte, e forse nel momento stesso in cui scriviamo contro.
"i personaggi son sempre gli stessi: europei assetati di risorse e ricchezze che invadono terre nuove, noncuranti delle popolazioni native, che vengono governate, schiavizzare, spesso sterminate"
"Parte della nostra ricchezza quotidiana, dei servizi, del progresso, dei benefici, è macchiata di sangue ma non lo sappiamo o preferiamo ignorarlo, dimenticare, coinvolti nella giostra veloce degli impegni importantissimi" http://andimabe.blogspot.com/2010/07/congo-in-limbo.html
Ma se le logiche sociali, culturali, comportamentali etc. della società a cui sentiamo di appartenere in prevalenza sono di questo tipo, se giochiamo questa parte, perché ci è permesso conservarle? Perché, di fatto, siamo in grado di conservarle? La nostra logica prevale perché ha qualche punto di forza, è "migliore" in qualche senso? E non dovrebbe essere smascherabile, opponibile, controbilanciabile? Non dovrebbe implodere, cedere... o essere "copiata", farci perdere il vantaggio?

Non lo so.

Però immaginiamo che si tratti di un gioco di logiche che fanno capo a sistemi di valori diversi. Immaginiamo, per esempio, che la logica che identifichiamo come "nostra", "occidentale", abbia come proprio, tra altri, un assunto del tipo "occorre combattere per ottenere più risorse di sostentamento possibile, è valoroso chi se le assicura con ogni mezzo di cui possa disporre, e occorre combattere per conservare ogni vantaggio ottenuto". Occorre combattere, raccogliere, conservare. Occorre ampliare il campo di raccolta e mantenere basso il numero di coloro che siano ammessi a disporre delle risorse.

Immaginiamo una logica di un altro genere, identificante un diverso gruppo sociale. Una logica, per esempio, di tipo "occorre combattere per assicurarsi la sopravvivenza, i mezzi di sostentamento sono abbondanti e inesauribili, ce n'è per quanti si voglia purché si sia disposti a spostarsi o a combattere se necessario per conquistarseli; anche se i mezzi di sostentamento sono abbondanti, esistono minacce alla sopravvivenza che riguardano le nostre famiglie, le nostre donne, i bambini: è valoroso chi sa difendere da un nemico o da un pericolo il proprio gruppo. Occorre combattere, inseguire e respingere, vigilare. Occorre viaggiare leggeri, conoscere il proprio territorio, stare vicino a chi proteggiamo.

La differenza che pongo tra queste due ottiche è quella tra una mentalità secondo cui le risorse materiali sono abbondanti e ricche, da una parte, e, dall'altra, una secondo cui le risorse materiali sono scarse e povere.

Ecco qual è l'immagine a cui voglio arrivare.

Se un gruppo della mentalità che combatte per accaparrarsi risorse, spostandosi alla ricerca, meritevole, di nuove terre per assicurare beni al proprio gruppo, incontra un gruppo che combatte per difendersi da aggressioni corporali, e che ha un'idea di assoluta abbondanza delle risorse, il secondo gruppo non vedrà nessuno svantaggio nel cedere risorse al primo, e non vedrà nell'atteggiamento di questo nessun atto di minaccia o di violenza; non vedrà nulla da cui difendersi e nulla contro cui combattere. Per contro, il primo gruppo ben volentieri comincerà con l'accaparrarsi quello che gli viene ceduto e coglierà nel disinteresse del secondo gruppo per le proprie risorse un segno indubbio di debolezza, mollezza, ingenuità e cedevolezza. Prima di poter capire che per la prima volta dovrà lottare per conservare le proprie risorse, il secondo gruppo se ne troverà privato. A quel punto, è troppo tardi.

Ma le logiche utilitaristiche in base alle quali il gruppo oppressore ha subissato l'altro non appartengono a quest'ultimo: questo non può difendersi perché l'oggetto dell'aggressione che subisce gli è estraneo. E' colto di sorpresa: il suo corredo per la sopravvivenza è rozzo e inadeguato, insufficiente, perché non sapeva come va il resto del mondo, tranquillo com'era nella sua terra dell'abbondanza.

Per il primo gruppo, depredare colui che non è conscio della ricchezza che possiede, e se ne disinteressa, significa soltanto dare il giusto valore ad un bene dall'altro sottovalutato. Per il secondo gruppo, è incomprensibile che il primo si affanni per togliergli tutte le risorse: perché mai qualcuno dovrebbe volere più di quello che è in grado di utilizzare? Perché poche centinaia di uomini dovrebbero essere una minaccia per le risorse?

Il gioco è fatto - e se ci lamentiamo di aver assunto il ruolo dei cattivi, il problema, adesso, è nostro.
 

giovedì 27 maggio 2010

Quattro chiacchiere sulla libertà



Libertà – la libertà è un “bene”? La libertà è “buona”? E' libertà di/libertà da?  –  troppe domanda per metterle tutte insieme. Propongo una citazione:
"credo che il contenuto collegato in generale al desiderio di libertà sia illustrato in modo preciso nelle parole con le quali, una volta, Karl Marx ha espresso il suo sogno di libertà. La condizione della futura società comunista renderà possibile fare oggi questo, domani quello, al mattino andare a caccia, al pomeriggio pescare, a sera dedicarsi all’allevamento del bestiame, dopo la cena discutere di quanto al momento avrò voglia [K. MARX - F. ENGELS, Werke, Berlin 1961-1971, vol. 3, p. 33; citazione da K. LÖW, Warum fasziniert der Kommunismus?, Köln 1980, p. 65].
Proprio in questo senso la mentalità media irriflessa intende con libertà il diritto e la possibilità di fare tutto ciò che si desidera in un determinato momento e di non dover fare quello che non si vuole. Detto altrimenti: libertà significherebbe che la propria volontà sia l’unica norma del nostro fare e che essa possa volere tutto e abbia anche la possibilità di mettere in pratica tutto ciò che è voluto. A questo punto emergono ovviamente degli interrogativi: quanto è libera in realtà la volontà? E quanto è ragionevole? E una volontà irragionevole è una volontà veramente libera? Una libertà irragionevole è davvero libertà? È veramente un bene?”
Sai di chi è questo passo? Lo dirò verso la fine – per ora consideriamole solo così: parole che qualcuno ha detto; parole interessanti, perché parlano di qualcosa che in generale ci sta abbastanza a cuore.
Questo passo meriterebbe forse un ampio commento. Ma limitiamoci a qualche parola.
  1. il contenuto di questo desiderio sarebbe inteso come “ il diritto e la possibilità di fare tutto ciò che si desidera in un determinato momento e di non dover fare quello che non si vuole”; 
  2. ci si chiede quindi, tra l'altro, “quanto è libera in realtà la volontà? E quanto è ragionevole?”;
  3. e infine se la libertà sia “ veramente un bene”, oppure no.

Mi piace che si parli di un “desiderio di libertà”. Un desiderio è qualcosa che spesso è troppo banalizzato – e non mi risulta, a tutt'oggi, che sia tra i concetti più cari ai pensatori filosofici. Desiderio è male, desiderio è qualcosa di irrazionale e che la ragione deve allenarsi a tacitare – desiderio è passione, e come tale minacciosa per il pensiero raziocinante etc. Piuttosto che di desiderio, la storia della filosofia sembra infarcita di “volontà”, con l'ovvio problema di capire da che cosa mai scaturisca la “volontà”. Volontà è sempre passione, è come una forza ingovernabile che opprime. Anche in questo passo il desiderio di libertà non è trattato direttamente – è messo da parte, per parlare della “libertà”. Ma vale la pena pensare che libertà sia l'oggetto di un desiderio – desiderio che, sempre, pare animare le vite umane. 

Purtroppo non se ne parla più in seguito – Si passa a parlare del “contenuto” del desiderio di libertà, vale a dire di quale sarebbe il concetto di libertà che noi abbiamo. Questo contenuto, la libertà, sarebbe dunque, secondo il senso comune, per l'autore, il diritto e la possibilità di fare tutto ciò che si desidera in un determinato momento e di non dover fare quello che non si vuole. Secondo l'autore questa sarebbe, in effetti, l'idea di libertà soltanto secondo “la mentalità media irriflessa”. Non mi sembra tanto chiaro che cosa vorrebbe essere questa mentalità media irriflessa: sembrerebbe qualcosa di molto “banale” e “basso”, ma allora verrebbe da chiedersi perché la si dovrebbe prendere in considerazione. Forse questa “mentalità media irriflessa” non è poi così “irriflessa” come si darebbe ad intendere, e, in virtù del suo essere “media”, potrebbe corrispondere a qualcosa come un “senso comune”, un comune sentire. Banale, forse, ma non così “basso”, ed evidentemente neppure irrilevante, ma anzi di una certa qual importanza. Questa idea, insomma, di una libertà come il diritto e la possibilità di fare tutto ciò che si desidera in un determinato momento e di non dover fare quello che non si vuole, sembrerebbe molto diffusa, piuttosto forte, e ben radicata.
Intanto, purtroppo ancora, in questa espressione si svilisce un'altra volta il concetto di “desiderio”: “desiderare” e “volere”, desiderio e volontà, diventano un tutt'uno – senza che peraltro né dell'uno né dell'altro si vada a parlare di che cosa sarebbero. Per quanto delicato possa essere il concetto di “volontà”, non meno di quello di libertà, tuttavia in questo passo si salta da questo a quello, per parlare di che cosa sarebbe la libertà si va ad interrogarsi su qualcosa che sarebbe la “volontà”. Solo perché una mentalità media irriflessa parlerebbe di libertà come se fosse un tutt'uno con una non ben chiara volontà, si salta da quell'argomento a quest'altro. E, poi, chi ha mai detto che la “volontà media irriflessa” debba essere presa sul serio a questo punto, oltre che essere chiamata in causa senza essere interpellata, ma dopo essere stata formulata come supposizione dall'autore.
 
Pazienza, in ogni caso, dal problema della “libertà” si è ormai passati a quello della “volontà”, chiedendosi dunque quanto sarebbe libera la volontà e quanto sarebbe ragionevole. Questo punto è forse il meno piacevole. Non aiuta molto a chiarire il discorso il fatto che si continui a saltare da libertà a volontà, confondendo una questione con l'altra, senza chiarire se si tratterebbe solo di una critica alla mentalità media irriflessa oppure se si tratti di qualcosa di più meditato. In ogni caso, per interrogarsi sulla libertà si è passati ad interrogarsi sulla volontà, che la dovrebbe spiegare in qualche modo: e, però, di quella volontà ci si chiede se sia “libera”. Come si potrebbe rispondere a questa domanda, se è proprio il problema della “libertà” quello che ancora non si è chiarito? Il punto lascia un po' perplessi. Ci si chiede poi se la volontà sarebbe “ragionevole”... Per questa volta, passiamo oltre. 

Quello che, in fondo, è più importante, è la domanda finale: se la libertà sia un bene. La domanda finisce per essere imbarazzante: non si sa che cosa sia la libertà; non si sa, visto che non se ne è parlato, che cosa sarebbe “un bene”. E sembra quasi addirittura un po' “truffaldino” che l'autore ponga il problema se sia un bene una cosa che non si è chiarito come dovrebbe essere pensata, né che cosa sia. Sembrerebbe un po' troppo facile, a questo punto, confondere le carte e far concludere che la libertà non sia un bene affatto – se non che, però, rimarrebbe sempre il dubbio, se quella “libertà” sia la libertà veramente, o sia solo quello che alcuni pensieri un po' troppo sciocchi e banali penserebbero che sia etc. 

Il passo che ho citato in apertura è tratto da un discorso di Joseph Ratzinger (immagine da sito dedicato), pubblicato in studi cattolici 430 1996, ed è consultabile a questo indirizzo , p.1. 

Proviamo a pensare questo. Libertà non è “bene”; libertà non è “male”; è. Libertà è, semplicemente “è”. Una cosa è il bene, una cosa è il male; una cosa è la libertà. 

Non puoi scegliere di essere libero o di non esserlo, esattamente come non puoi scegliere di essere o di non essere quella cosa che generalmente chiamiamo “umano” - anche se non sappiamo affatto definire che cosa sia “umanità”, “umano”.
Come qualunque concetto “ultimo”, concetto di riferimento per la definizione di altri concetti e sistemi concettuali, allo stesso modo i concetti chiave di libertà, umanità, ma pure verità, giustizia etc. - concetti che definiscono il cuore dell'identitario per il soggetto universale che tratteggiamo a nome di “umano”, non trovano a loro volta supporti di riferimento definizionale. 

La libertà, dunque, è un “bene”? No. E neppure un male. Si potrebbe dire con un aforisma dalle alterne fortune che sia “al di là del bene e del male”, eppure questa espressione geniale mi pare sconsigliabile per la comprensione attuale di questo discorso, perché essa è fraintesa (dolosamente o no) da coloro che la tacciano di “relativismo”, mostrando di disattenderne, a volte forse intenzionalmente e fraudolentemente, a volte in buona fede, la portata rivoluzionaria di pensiero. 
Image: federico stevanin / FreeDigitalPhotos.net




La buona notizia, forse, è che questi discorsi sono del tutto inutili ai fini della sussistenza o meno della libertà. La libertà, o come la si preferisca chiamare, è e basta. Che ci piaccia o no, che lo vogliamo o no, che ci crediamo o no. Però credo che proprio a nome della libertà ciascuno di noi possa accordarvi o meno la partecipazione della propria vita. Questo è il gioco della responsabilità nella libertà, il gioco del destino dell'umano. 

Ma quello che può cambiare, invece, è se nello spazio autenticamente libero della mia singola vita io scelga di vivere in accordo con libertà-verità-divinità etc., oppure, cosa che posso fare, senza che minimamente si ponga il problema dell'essere in assoluto di tutto questo, come se non fossero. 


Un approfondimento sul concetto filosofico di "libertà": http://www.youtube.com/watch?v=bjWjGZ0zP78
 Brian Leiter, conferenza su Nietzsche e il concetto di libertà