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domenica 15 aprile 2012

Risorse per non smettere mai di imparare



Lingue e altro:

http://www.italki.com 
scambia le tue conoscenze linguistiche e impara nuove lingue, con altri studenti o scegliendo un insegnante;

http://www.allexperts.com 
chiedilo a un esperto: volontari qualificati rispondono a titolo esclusivamente gratuito alle tue domande.
WEU (we-u) - World Education University - corsi online a livello universitario in lingua inglese 


Una risorsa per conoscere: il sito dell'Ecole Normale Supérieure Paris

http://savoirsenmultimedia.ens.fr/focus_detail.php?id=8

sito dell'Ecole Normale Superieure Paris per la diffusione di materiale culturale proveniente da conferenze, corsi, incontri
 sito dell'Ecole Normale Superieure Paris per la diffusione di materiale culturale proveniente da conferenze, corsi, incontr: archivio;
il sito è passato alla nuova versione in marzo 2011 e l'archivio conserva il materiale precedente;
il nuovo sito dell'Ecole Normale Superieure Paris  


venerdì 26 novembre 2010

SLAW - Law and all about it

SLAW - http://www.slaw.ca/ - "cooperative weblog on all things legal" - SLAW è un blog canadese, avviato cinque anni fa, che si propone di pubblicare informazioni, articoli, studi, analisi commenti e tutto l'immaginabile su ogni tipo di materia giuridica. 
L'archivio contiene non centinaia ma migliaia di articoli, consultabili per data, per argomento, per autore.
Una caratteristica molto buona è che vi collaborano sia pratici sia teorici del diritto - una sfida non da poco, perché la diatriba tra il primato della pratica o dello studio teorico nell'acquisizione di una buona competenza giuridica è una contesa tutt'altro che leggera. 
Il tono è di elevata competenza ma garbatamente colloquiale - il che in effetti aiuta ad avvicinare i temi giuridici al difficile ideale di integrazione almeno parziale con il "linguaggio comune", nonché all'altrettanto difficile ideale di tracciare per il diritto un "volto di umanità". 
La lingua è quella anglofona; gli autori sono per lo più canadesi, con partecipazione di qualche inglese di non poco prestigio e qualche americano. In ogni caso la contribuzione sembra gradita da qualunque esperienza provenga e i temi sono di portata internazionale e globale. 
Questo ne fa una pubblicazione di grande interesse non solo per lo specialista, ma anche per il curioso che abbia voglia di farsi un'idea su questo pazzo pazzo mondo "del diritto". Molti temi sono trattati sotto l'aspetto teorico-filosofico, ma di solito non astrattamente bensì con riferimento a situazioni o questioni di interesse diffuso, come ambiente, etica, diritti umani.
Tra i contributori del blog segnalo Leslie Green, professore di Oxford, tra gli altri suoi meriti e qualifiche. Il suo ultimo articolo su Slaw è di ottobre e tratta di "umanità" e diritto. Non sono del tutto d'accordo con quello che dice - ma quasi completamente su "come" lo scrive.
Lo stile del blog è razionalmente sobrio, con molto testo e poche immagini (di solito, il che è molto gradevole, solo la fotografia del viso dell'autore). Un simpatico vezzo è lo header del blog: se scorrete un po' le pagine vi accorgererete che "weather changes", nel cielo di Slaw si susseguono azzurri celestiali, piovaschi, nuvolaglie - quando fa bello ci sono gli uccellini sui fili della luce.
E' tutto, buone letture filosfico-giuridiche... e se desiderate qualcosa in italiano, o comunque altri topics, ne trovate sempre su queste pagine. A presto! 


mercoledì 13 ottobre 2010

Filosofia del diritto? Appunti per una significazione del concetto di "giuridico"

Il concetto di “giuridico” in una filosofia del diritto può richiedere qualche precisazione. 
Che cosa si intende per una filosofia specificamente qualificata come “del diritto”? 
Se vi si volessero ravvisare i requisiti di una filosofia “applicata”, nel senso di una teorizzazione applicabile ad uno specifico oggetto “diritto”, occorre notare innanzitutto che l'approccio filosofico invita ad escludere una concezione ingenua della “applicazione” come qualcosa che comporti la possibilità che un pensiero come una sorta di apparato teorico predisposto possa essere pacificamente utilizzato in senso meramente strumentale. 
Ciò che sembra chiedersi, invece, ad una filosofia, ad un pensiero teoretico, nella “applicazione” (tecnica, etica, giuridica, morale, politica, economica...), è la capacità di individuare il “pensiero”, il “pensare”, che essa esprime, nell'ambito specifico dell'esercizio di una determinata pratica, in un “fare”, un “agire”.
Non è, questa, una caratteristica peculiare del “diritto”: si può avere occasione di osservare, per esempio, come la pratica della ricerca medica o biologica incontri la stessa esigenza di cercare il supporto di un “pensare” nel “facere” della propria quotidiana opera.
Questo discorso – come una “teoria generale” di una scienza pratica, per esempio una “teoria generale del diritto” - è piuttosto ingannevole e forse ingenuo quando fa mostra di porsi direttamente una domanda del tipo “che cosa è x”; se si mantenga l'esempio del “diritto”, la domanda posta nei termini “che cos'è il diritto”, “che cos'è le legge”, “che cos'è la giustizia” etc. appare fatua in un intento che paia quello di selezionare un'etichetta per qualificare positivamente “x” (diritto, giustizia, verità...), quando la difficoltà della domanda è, piuttosto, nel “che cosa”, “quid”. 
Nel discorso del pensiero rivolto alla pratica di un “fare”, il “quid” che dovrebbe definire l'oggetto è solo illusoriamente un presupposto – in altre parole: non è possibile che una teoria fornisca una “verità” assoluta prioritariamente data sulla quale fondare la legittimazione di una pratica. 
Così, come quando si chiede allo scienziato “perché fa ciò che fa”, quando si chiede al ricercatore o al tecnico di laboratorio perché organizza in un determinato procedimento la mostrazione di un esperimento scientifico, la risposta è che quella mostrazione è così organizzata perché tale organizzazione si adegua ad un'idea ordinatrice che è data altrimenti, stabilita da qualcun altro o qualcos'altro. L'”ipotesi” si mostra come ciò che imprime l'esperimento e si mostra “nell'esperimento” - ma né l'esperimento né i mezzi che lo realizzano permettono di selezionare la formulazione dell'ipotesi. 
E così pure, in un processo decisionale orientato alla pronuncia di una sentenza una serie di elementi di prova vengono organizzati ad articolare un ragionamento decisorio e una motivazione che sorregge la decisione, ma il contenuto del possibile esito decisorio si vuole rigorosamente determinato per legge, secondo diritto formalizzato: è la formalizzazione giuridica nella legge a dover formulare l'ipotesi che “presiede a” ed orienta nel ragionamento l'intero impianto decisorio.
La rappresentazione di una ipotesi come formulazione che presiede all'organizzazione di un ragionamento si può tra l'altro rintracciare anche nelle linee guida ben note che propongono la lettura di una norma come un enunciato ipotetico, nella consueta forma “se x allora y”, o, quale equivalente, “a x segue y”. 
Si intuisce a prima vista come in una simile relazione il problema di riconoscere le condizioni che permettano di individuare il primo termine presieda alla possibilità di determinare il secondo; ciò comporta come aspetto particolarmente delicato che la relazione tra tali termini sia irriducibile a ciascuno di essi individualmente: pretendere che la conoscenza di uno renda pacifica la conoscenza dell'altro significa o che nulla di “sconosciuto” entrerebbe in gioco nell'operazione cognitiva, oppure che qualcosa che non si riduce a nessuno dei singoli termini concerne tale relazione. 
 
Nell'approccio del ragionamento del pensiero teoretico orientato alla pratica il “quid” del “ciò che si fa” non si cerca di enunciare positivamente, direttamente, ma quasi si scompone sui due versanti del “come si fa (ciò che si fa)” e del “perché si fa (ciò che si fa)”. Il mito scientifico-tecnico, di dominare un oggetto di sapere nel saperlo riprodurre, replicare, nell'individuarne il “come si fa”, mostra come un “che cosa” sia sempre presupposto nella pratica – ma come quel “cosa” per definizione sfugga.

La pratica mostra necessariamente l'aspetto di quel “fine” che persegue nell'ipotesi; ha bisogno di porla come presupposta; la evoca inoltre a titolo di giustificazione, spiegazione. Ma la pratica, lungi dall'azzardarsi ad enunciare positivamente la propria ipotesi, affida ad una sorta di “altra entità” tale compito.
La considerazione che uno “scopo” è imposto ed implicato nel “fare” di una attività evidenzia il più rilevante profilo della problematizzazione di un rapporto mezzi-fini.
Si affaccia inoltre, evidentemente, un problema di responsabilità: agisco attraverso i mezzi, oppure in qualche misura posso sostenere che siano i mezzi stessi di cui dispongo a condizionare il mio agire? Occorre indagare la possibilità di una risposta sotto questo aspetto alla tesi della “questione della tecnica” heideggeriana, in particolare per quanto riguarda la determinazione che si opererebbe nel “linguaggio”


sabato 9 ottobre 2010

Hai idea di che cosa significhi rivoluzione?

Cambiare significa che nulla sarà più come prima. 
Non puoi cambiare qualcosa immaginando che tutto resti com'è.
Non puoi entrare nella categoria di quelli che consideri "ricchi" e continuare a percepire un sussidio per il disagio economico. 
Non puoi fare il libero professionista e pretendere di difendere la classe che chiami "il proletariato". 
Non puoi diventare una taglia 40 e continuare a indossare i tuoi vestiti 44. E probabilmente non puoi nemmeno conservare la simpatia delle amiche con cui condividi abbuffate e sensi di colpa. 
Non puoi trovare una fidanzata fantastica e continuare a lamentarti dicendo che le donne sono tutte odiose. 
Non puoi essere libero e indipendente e continuare a fare la vittima che inveisce contro le oppressioni. 
Non puoi sconfiggere tutti i nemici e continuare a prestare servizio come guerriero: se è tutto qui quello che sai fare, sarai, tutt'al più, un reduce. 
O magari puoi: e però lo sai, che non ha senso. 
E allora, che cosa ha senso fare, quando desideri un cambiamento? 
Puoi provare a chiederti, per prima cosa, "è questo quello che voglio? E' proprio questo? E lo so, che cosa comporta? E' credibile, plausibile, quello che mi immagino?". "Non voglio essere un lavoratore dipendente, non voglio che un altro mi dica che cosa fare, voglio decidere solo io". Ti stai solo lagnando, oppure sai che cosa stai dicendo, e lo dici sul serio? 
Stai dicendo, davvero, che vuoi inventarti un'attività, e un modo per renderla utile ed interessante per altre persone, e che vuoi guadagnare in modo discontinuo, a seconda dei successi, magari in una volta sola quanto prima avresti guadagnato in sei mesi - e poi più niente magari per altri sei mesi?
Che sei disposto a scindere il guadagno dalle unità di tempo, ed ancorarlo al valore effettivo di quello che fai? Che sei disposto a far fronte in prima persona alla mancanza di ispirazione, alla svogliatezza, ai cali di rendimento, tutto senza stipendio fisso o ammortizzatori sociali?
Se è questo che vuoi, o qualcosa del genere, può darsi che una libera professione o un'impresa facciano al caso tuo. Ma se non è così, stai solo parlando di passare da una scusa per lamentarti ad un'altra - e cioè non vuoi quello che dici, vuoi solo lagnarti. 
Lagnarsi non è male: puoi farlo. Puoi dire che ti serve uno sfogo, che vuoi dare voce ad un malessere e una rabbia che ti covano dentro, puoi dire che devi buttare fuori tutta una serie di impressioni negative, prima di poter pensare "a cuore libero". 
Questo va bene. Ma non chiamare "desideri" quelle che sono invece delle invettive di sfogo. Non chiamarle "ragionamenti" o "idee". Non pretendere che chi ti dà ascolto "capisca", perché quello che chiedi è che qualcuno ti stia vicino, ti consoli, o provi compassione (autentica com-passione, non pietismo) e non c'è niente da "capire".

mercoledì 6 ottobre 2010

Essere senza tempo: il nuovo libro di Diego Fusaro


Puoi leggere la notizia anche qui




Esce oggi il nuovo libro di Diego Fusaro: Essere senza tempo, edito da Bompiani. 

Strizza l'occhio naturalmente a Heidegger, dal titolo (echi di Essere e Tempo), ma il tempo di cui parla promette di non essere riservato a presunti adepti della filosofia metafisica estrema.

L'Autore, come noto, si è cimentato e si cimenta assiduamente con il pensiero di Karl Marx (marxiano, non marxista, opportuna la precisazione ricorrente nei suoi interventi) ed è facile aspettarsi che sia in grado di impegnarsi nella riflessione astratta senza per questo perdere aderenza con il significato dell'esperienza quotidiana che del "tempo" possiamo fare personalmente. 

L'indice dell'opera, su Filosofico.net


martedì 7 settembre 2010

D(M)D - Denaro (Merce) Denaro, e poi vedremo? - un'invettiva estemporanea

Image: FreeDigitalPhotos.net
Basta. Se un tizio mi fermasse per strada e mi chiedesse se mi va di comprare la sua banconota da 5 euro al prezzo di altri 5 euro lo guarderei come se fosse un pazzo babbeo importuno e passerei lasciandolo con uno sguardo di commiserazione.
Se mi chiedesse sei euro in cambio di cinque, lo crederei meno scemo, ma più deprecabilmente imbroglione.
Se mi chiedesse di dargliene 4, però, al di là del dubbio che ci sia sotto un imbroglio, o che il tizio sia impazzito, immagino che un pensierino ce lo farei.
Perché?
Il solo fatto che io prenda in considerazione di scontare a 4 euro una banconota da 5, acquistando un valore ingiustificabilmente elevato di 1 euro (in questo caso una percentuale folle del 20%), accettando che un altro mi "regali" quel 20% per ragioni che a me non sono comprensibili, mi fa già capire con un piccolo ragionamento che appare meno assurda la sua richiesta di fare il contrario, di comprare la sua banconota pagandola sei euro. Io posso averlo preso per pazzo, magari l'ho anche insultato, ma il fatto è che se io sono disposto a credere che qualcuno mi compri quattro euro al prezzo di cinque, allora anche lui può provare a vedere se qualcuno è disposto a comprare i suoi cinque al prezzo di sei.
Image: FreeDigitalPhotos.net
Non fa una piega. Se per lui può essere desiderabile ottenere di aumentare del 20% il valore del suo denaro, può darsi che il tentativo valga il rischio di essere preso per pazzo. Pazienza, sopportabile, soprattutto se a prenderlo per pazzo è una persona ingenua e sprovveduta come me. A lui basta probabilmente che una su 100 delle persone a cui si rivolge lo prenda sul serio, e il guadagno è raggiunto.
Quando vi promettono 5.000, 40.000, fino a 60.000 euro in 48 ore, anche per protestati disoccupati pensionati etc., di prestito immediato per risolvere qualunque eventuale emergenza economica che si stia presentando, quello che fate se accettate è questo - comprate 100 al prezzo di 105, prendete 5000 e lo pagate 5250, 5500, 6000... - il vostro "amico" ci guadagna 250, 500, 1000; e quegli stessi 250, 500, 1000 ce li rimettete voi.
Non c'è niente di così ripugnante per l'immaginario collettivo, visto che a finire nelle reti di strozzini, privati o istituzionalizzati, sono/siamo in grande numero; e che spesso tra lo strozzinaggio riconosciuto e quello ammantato di legalità l'unica differenza è un tasso legale approvato da istituzioni criminalizzate ammantate di legittimazione immeritata.
Non c'è niente di strano, se gli annunci che compaiono dovunque (sui cartelloni sui mezzi pubblici in radio in televisione - o, guarda un po', probabilmente su tutte le pagine con annunci in rete, probabilmente la stessa su cui state leggendo ora) promettono questo scambio!
Assurdo o normale? Non è così strano - tutt'e due insieme. L'assurdità è così intessuta nel reale da apparirci facilmente come ordinaria e automaticamente come normale.
Image: Graeme Weatherston / FreeDigitalPhotos.net
A maggior ragione, che sia normale o no non deve importarci un fico secco - ci piace o no? Ci sta bene o no? Non mi interessa che sia "normale": la normalità può fare molto più schifo della straordinarietà, dell'a-normalità, dell'assurdo. Alla fine, sta a me scegliere, difficile o quasi impossibile o facile che mi possa sembrare - questo è il peso, dalla proverbiale insostenibile leggerezza, della libertà.
Questa è un'invettiva, non è una critica, non è un'analisi, non è un appello - è uno sfogo dettato da una cronica esasperazione. Perdonate se pecca di approssimatezza, è uno sfogo e non presuppone accuratezza. Mi potreste dire, e sono già d'accordo, che comunque è così che l'economia gira, che quello che si compra in questo traffico di cui faccio finta di non comprendere le ragioni è una dilazione di tempo che in alcuni casi appare indispensabile, e in altri casi semplicemente vantaggiosa; che la circolazione del denaro così ottimizzata produce un profitto, per tutti, e che è logico pertanto che non mi pesi pagare il giusto interesse, con soddisfazione di ognuno.
Queste e milioni di altre le obiezioni possibili. Valide. Ma non bastano ad accettare la truffa quotidiana che nelle maglie di questa stessa rete intesse e avvelena il nostro vivere.

Per un commento più equilibrato su questi temi, leggi intanto qualcosa sul blog di Filippo Bergamino Indipendenza Finanziaria, e resta su queste pagine prossimamente!  


giovedì 27 maggio 2010

Quattro chiacchiere sulla libertà



Libertà – la libertà è un “bene”? La libertà è “buona”? E' libertà di/libertà da?  –  troppe domanda per metterle tutte insieme. Propongo una citazione:
"credo che il contenuto collegato in generale al desiderio di libertà sia illustrato in modo preciso nelle parole con le quali, una volta, Karl Marx ha espresso il suo sogno di libertà. La condizione della futura società comunista renderà possibile fare oggi questo, domani quello, al mattino andare a caccia, al pomeriggio pescare, a sera dedicarsi all’allevamento del bestiame, dopo la cena discutere di quanto al momento avrò voglia [K. MARX - F. ENGELS, Werke, Berlin 1961-1971, vol. 3, p. 33; citazione da K. LÖW, Warum fasziniert der Kommunismus?, Köln 1980, p. 65].
Proprio in questo senso la mentalità media irriflessa intende con libertà il diritto e la possibilità di fare tutto ciò che si desidera in un determinato momento e di non dover fare quello che non si vuole. Detto altrimenti: libertà significherebbe che la propria volontà sia l’unica norma del nostro fare e che essa possa volere tutto e abbia anche la possibilità di mettere in pratica tutto ciò che è voluto. A questo punto emergono ovviamente degli interrogativi: quanto è libera in realtà la volontà? E quanto è ragionevole? E una volontà irragionevole è una volontà veramente libera? Una libertà irragionevole è davvero libertà? È veramente un bene?”
Sai di chi è questo passo? Lo dirò verso la fine – per ora consideriamole solo così: parole che qualcuno ha detto; parole interessanti, perché parlano di qualcosa che in generale ci sta abbastanza a cuore.
Questo passo meriterebbe forse un ampio commento. Ma limitiamoci a qualche parola.
  1. il contenuto di questo desiderio sarebbe inteso come “ il diritto e la possibilità di fare tutto ciò che si desidera in un determinato momento e di non dover fare quello che non si vuole”; 
  2. ci si chiede quindi, tra l'altro, “quanto è libera in realtà la volontà? E quanto è ragionevole?”;
  3. e infine se la libertà sia “ veramente un bene”, oppure no.

Mi piace che si parli di un “desiderio di libertà”. Un desiderio è qualcosa che spesso è troppo banalizzato – e non mi risulta, a tutt'oggi, che sia tra i concetti più cari ai pensatori filosofici. Desiderio è male, desiderio è qualcosa di irrazionale e che la ragione deve allenarsi a tacitare – desiderio è passione, e come tale minacciosa per il pensiero raziocinante etc. Piuttosto che di desiderio, la storia della filosofia sembra infarcita di “volontà”, con l'ovvio problema di capire da che cosa mai scaturisca la “volontà”. Volontà è sempre passione, è come una forza ingovernabile che opprime. Anche in questo passo il desiderio di libertà non è trattato direttamente – è messo da parte, per parlare della “libertà”. Ma vale la pena pensare che libertà sia l'oggetto di un desiderio – desiderio che, sempre, pare animare le vite umane. 

Purtroppo non se ne parla più in seguito – Si passa a parlare del “contenuto” del desiderio di libertà, vale a dire di quale sarebbe il concetto di libertà che noi abbiamo. Questo contenuto, la libertà, sarebbe dunque, secondo il senso comune, per l'autore, il diritto e la possibilità di fare tutto ciò che si desidera in un determinato momento e di non dover fare quello che non si vuole. Secondo l'autore questa sarebbe, in effetti, l'idea di libertà soltanto secondo “la mentalità media irriflessa”. Non mi sembra tanto chiaro che cosa vorrebbe essere questa mentalità media irriflessa: sembrerebbe qualcosa di molto “banale” e “basso”, ma allora verrebbe da chiedersi perché la si dovrebbe prendere in considerazione. Forse questa “mentalità media irriflessa” non è poi così “irriflessa” come si darebbe ad intendere, e, in virtù del suo essere “media”, potrebbe corrispondere a qualcosa come un “senso comune”, un comune sentire. Banale, forse, ma non così “basso”, ed evidentemente neppure irrilevante, ma anzi di una certa qual importanza. Questa idea, insomma, di una libertà come il diritto e la possibilità di fare tutto ciò che si desidera in un determinato momento e di non dover fare quello che non si vuole, sembrerebbe molto diffusa, piuttosto forte, e ben radicata.
Intanto, purtroppo ancora, in questa espressione si svilisce un'altra volta il concetto di “desiderio”: “desiderare” e “volere”, desiderio e volontà, diventano un tutt'uno – senza che peraltro né dell'uno né dell'altro si vada a parlare di che cosa sarebbero. Per quanto delicato possa essere il concetto di “volontà”, non meno di quello di libertà, tuttavia in questo passo si salta da questo a quello, per parlare di che cosa sarebbe la libertà si va ad interrogarsi su qualcosa che sarebbe la “volontà”. Solo perché una mentalità media irriflessa parlerebbe di libertà come se fosse un tutt'uno con una non ben chiara volontà, si salta da quell'argomento a quest'altro. E, poi, chi ha mai detto che la “volontà media irriflessa” debba essere presa sul serio a questo punto, oltre che essere chiamata in causa senza essere interpellata, ma dopo essere stata formulata come supposizione dall'autore.
 
Pazienza, in ogni caso, dal problema della “libertà” si è ormai passati a quello della “volontà”, chiedendosi dunque quanto sarebbe libera la volontà e quanto sarebbe ragionevole. Questo punto è forse il meno piacevole. Non aiuta molto a chiarire il discorso il fatto che si continui a saltare da libertà a volontà, confondendo una questione con l'altra, senza chiarire se si tratterebbe solo di una critica alla mentalità media irriflessa oppure se si tratti di qualcosa di più meditato. In ogni caso, per interrogarsi sulla libertà si è passati ad interrogarsi sulla volontà, che la dovrebbe spiegare in qualche modo: e, però, di quella volontà ci si chiede se sia “libera”. Come si potrebbe rispondere a questa domanda, se è proprio il problema della “libertà” quello che ancora non si è chiarito? Il punto lascia un po' perplessi. Ci si chiede poi se la volontà sarebbe “ragionevole”... Per questa volta, passiamo oltre. 

Quello che, in fondo, è più importante, è la domanda finale: se la libertà sia un bene. La domanda finisce per essere imbarazzante: non si sa che cosa sia la libertà; non si sa, visto che non se ne è parlato, che cosa sarebbe “un bene”. E sembra quasi addirittura un po' “truffaldino” che l'autore ponga il problema se sia un bene una cosa che non si è chiarito come dovrebbe essere pensata, né che cosa sia. Sembrerebbe un po' troppo facile, a questo punto, confondere le carte e far concludere che la libertà non sia un bene affatto – se non che, però, rimarrebbe sempre il dubbio, se quella “libertà” sia la libertà veramente, o sia solo quello che alcuni pensieri un po' troppo sciocchi e banali penserebbero che sia etc. 

Il passo che ho citato in apertura è tratto da un discorso di Joseph Ratzinger (immagine da sito dedicato), pubblicato in studi cattolici 430 1996, ed è consultabile a questo indirizzo , p.1. 

Proviamo a pensare questo. Libertà non è “bene”; libertà non è “male”; è. Libertà è, semplicemente “è”. Una cosa è il bene, una cosa è il male; una cosa è la libertà. 

Non puoi scegliere di essere libero o di non esserlo, esattamente come non puoi scegliere di essere o di non essere quella cosa che generalmente chiamiamo “umano” - anche se non sappiamo affatto definire che cosa sia “umanità”, “umano”.
Come qualunque concetto “ultimo”, concetto di riferimento per la definizione di altri concetti e sistemi concettuali, allo stesso modo i concetti chiave di libertà, umanità, ma pure verità, giustizia etc. - concetti che definiscono il cuore dell'identitario per il soggetto universale che tratteggiamo a nome di “umano”, non trovano a loro volta supporti di riferimento definizionale. 

La libertà, dunque, è un “bene”? No. E neppure un male. Si potrebbe dire con un aforisma dalle alterne fortune che sia “al di là del bene e del male”, eppure questa espressione geniale mi pare sconsigliabile per la comprensione attuale di questo discorso, perché essa è fraintesa (dolosamente o no) da coloro che la tacciano di “relativismo”, mostrando di disattenderne, a volte forse intenzionalmente e fraudolentemente, a volte in buona fede, la portata rivoluzionaria di pensiero. 
Image: federico stevanin / FreeDigitalPhotos.net




La buona notizia, forse, è che questi discorsi sono del tutto inutili ai fini della sussistenza o meno della libertà. La libertà, o come la si preferisca chiamare, è e basta. Che ci piaccia o no, che lo vogliamo o no, che ci crediamo o no. Però credo che proprio a nome della libertà ciascuno di noi possa accordarvi o meno la partecipazione della propria vita. Questo è il gioco della responsabilità nella libertà, il gioco del destino dell'umano. 

Ma quello che può cambiare, invece, è se nello spazio autenticamente libero della mia singola vita io scelga di vivere in accordo con libertà-verità-divinità etc., oppure, cosa che posso fare, senza che minimamente si ponga il problema dell'essere in assoluto di tutto questo, come se non fossero. 


Un approfondimento sul concetto filosofico di "libertà": http://www.youtube.com/watch?v=bjWjGZ0zP78
 Brian Leiter, conferenza su Nietzsche e il concetto di libertà 

martedì 25 maggio 2010

XI Congresso Kantiano Internazionale!

  

 New! E' uscita la recensione alla seconda parte del Congresso, le tre giornate successive: di Osvaldo Ottaviani, sulle pagine filosofiche di "Il Garantista Sexy" (lo trovi anche nella lista blog della barra qui a sinistra)! leggi la seconda parte - Cronache kantiane/2   


  • Cronache kantiane/1 - la recensione di Osvaldo Ottaviani alla I parte del Congresso, giornate 1 e 2 (22-23 maggio)
  • Cronache kantiane/2 - la recensione di Osvaldo Ottaviani alla II parte del Congresso, giornate 3, 4 e 5 (24-25-26 maggio)

martedì 25 maggio
  • nel primo pomeriggio i due simposi paralleli, Kant and the Essential Ends of Human Reason e Kant's Political Cosmopolitanism. 
  • l'intervento di Gianni Vattimo  non si è tenuto per l'assenza del relatore - era previsto in mattinata, con il titolo "Kant filosofo dell'interpretazione?"; 

    Ma in due parole, che dire di Kant? Ascolta per 5 minuti Maurizio Ferraris:


    Appassionati di Filosofia, ha preso il via l'edizione numero XI del Congresso Kantiano. A Pisa, dal 22 al 26 maggio, studiosi di prim'ordine da tutto il mondo si sono dati appuntamento per cinque giornate dal programma intensissimo. Tema della grande manifestazione culturale, il cosmopolitismo - declinato in una varietà di settori di studi, dalla logica, al diritto, all'etica. 
    Pisa - Palazzo dei Congressi - Immagine dal sito dedicato
    Un peccato non esserci? Forse. Ma il bello è che le informazioni aggiornate, le recensioni, il sito con tutti gli abstract degli incontri (regìstrati per un accesso completo alle risorse), la vasta organizzazione (giustificata dall'importanza evidente dell'evento) rendono possibile a tutti i curiosi, appassionati, studiosi rimasti a casa di tenersi aggiornati e di rendersi spettatori partecipi. 

    Anche solo per apprezzare il tono dell'evento, non resta che tuffarsi ad esplorare le risorse disponibili. Che saltiate sul prossimo treno per Pisa, o che restiate sulla sedia, buon viaggio.


    La recensione delle prime giornate...

    ...e delle tre successive!


    Gli abstract delle conferenze da leggere - nella stessa pagina (ti sei già registrato? Fallo ora...)  accanto al link per alcuni abstract trovi anche il testo completo dell'intervento: è sufficiente registrarti come lettore per visualizzarle e per ricevere gli aggiornamenti via posta elettronica. Le lingue sono Italiano, Tedesco, Francese e Inglese. Sono previste traduzioni, e per gli interventi in sede traduzioni simultanee in cuffia. Registrati qui, in poco più di un minuto!


    Sito ufficiale del Congresso 

    Calendario del programma completo


    Rassegna stampa - notizia; notizia;
    Società Italiana di Studi Kantiani
     XI Congresso Kantiano su Facebook - http://www.facebook.com/pages/XI-Congresso-Kantiano-Internazionale-Kant-e-la-filosofia/215473114768

    venerdì 21 maggio 2010

    Perdere tempo/spendere tempo? E poi?


    [...] The danger of this approach, however, is it forces you to think of every activity you do in terms of impact on your work. Instead of just enjoying spare time, you analyze it obsessively, constantly asking yourself whether its valuable enough to justify the time spent. [...] - http://www.scotthyoung.com/blog/2010/05/14/waste-time/
    [...] Il pericolo di questo approccio, tuttavia, è che ti costringe a pensare ad ogni attività che fai in termini di impatto sul tuo lavoro. Invece di goderti semplicemente il tempo libero, lo analizzi ossessivamente, chiedendoti constantemente se valga abbastanza da giustificare il tempo che ci spendi [...]


    Should I waste more time – dovrei perdere più tempo?
    Ho scritto recentemente un piccolo intervento ponendo una domanda provocatoria: sai perdere tempo?
    Noto quello che chiamerei una parabola del cambiamento: si innesca da una situazione iniziale più o meno stabile avvertita come negativa; muove verso un obiettivo delineato, e man mano lo realizza, raggiungendo un picco di positività; quindi, quando diresti che si stia stabilizzando l'obiettivo, i suoi risultati declinano. Nei casi più banali, semplicemente l'abitudine non attecchisce, e si ritorna indietro al punto di prima: più che di una parabola, si tratta proprio di tornare al punto di partenza.
    Ma in altri casi il progetto riesce benissimo – e questo è già una buona cosa, non metto in dubbio – però non soddisfa come ci si sarebbe aspettati. In pratica, i risultati rimangono quelli raggiunti, ma il grado di apprezzamento cala, al punto da farci tornare in uno stato di insoddisfazione pari a quello iniziale.
    Questo può lasciare molto perplessi.
    Dopo aver notato queste dinamiche in forma attenuata nelle mie modeste esperienze personali, le osservo ritrovandole in alcune testimonianze di qualcuno che in modo più sistematico se ne è posto da tempo il problema.

    Leo Babauta è, come spesso si nota, un passo avanti a tutti. Osserva: mentre tu constati un suo successo, lui è già oltre. Se oggi ammiri il lavoro che ha fatto con Zen Habits, vedi che mentre di settimana in settimana continua a mantenerne gli standard eccellenti raggiunti, la sua attenzione e il suo entusiasmo creativo si sono già mossi verso novità come i bootcamps di A-list blog, in collaborazione con Mary Jaksch. E quando la maggior parte dei suoi ammiratori e lettori avrà apprezzato questo nuovo aspetto, la sua passione creativa li porterà già a vedere un aspetto ulteriore.
    Questa dev'essere, mi dico, l'arte del vivere Zen, e credo che sarebbe tempo perso il mio (e il tuo!) se continuassi ad analizzarlo: va vissuto, punto.

    Scott H Young ha un approccio più “tradizionale” e western style. Ben vengano i nuovi progetti, ma la ricerca è quella di una linea di stabilità, qualcosa che fissi man mano i risultati raggiunti.
    In lui la parabola del cambiamento è più visibile.
    Scott la gestisce con destrezza, e, pare, con un buon mix di analisi e intuito; però ne constata via via la dinamica quasi con sorpresa – segno, forse, che c'è “qualcosa che non gli torna”, tutt'ora, nel processo di miglioramento. Come dargli torto!!
    In fondo questi segni critici sono confortanti, anche perché non si tratta di disillusioni, ma di spunti e incentivi per continuare.
    Leggendo il suo ultimo post, con il passo che citavo, [...] The danger of this approach, however, is it forces you to think of every activity you do in terms of impact on your work. Instead of just enjoying spare time, you analyze it obsessively, constantly asking yourself whether its valuable enough to justify the time spent. [...] [...] Il pericolo di questo approccio, comunque, è che ti costringe a pensare ad ogni attività che fai in termini di impatto sul tuo lavoro. Invece di goderti semplicemente il tempo libero, lo analizzi ossessivamente, chiedendoti constantemente se abbia un valore sufficiente per giustificare il tempo speso[...], mi venivano in mente proprio queste considerazioni.

    Il rischio, insomma, è quello di incorrere nella sensazione che le cose “valgano meno di quello che costano” - questa è una considerazione o meglio una sensazione acutamente pessimista che mi travolge o comunque mi scuote di tanto in tanto: piano piano, scivolo nella sensazione amara e appiccicosa, dura a scrollarmi di dosso, che, in modo totalmente generalizzato, la vita valga meno di quello che costa. Lo confesso, è devastante, e mi prende piuttosto spesso – a volte mi fa sospettare che sia come una sensazione di fondo!

    Io non credo che la vita valga, mai, meno di quello che costa. Credo che sia in effetti inestimabile, e che dunque valga qualunque prezzo. Però penso che sia anche una nostra responsabilità quanto la facciamo rendere, quanto di quell'inestimabile valore potenziale permettiamo che si realizzi. Dunque, in assoluto, la vita vale sempre più di quel che costa – ma, nella realizzazione pratica, spesso siamo noi a vivere una vita che non vale i suoi costi.
    La cattiva notizia, insomma, è che nulla va da sé. E questo tutto sommato siamo abituati a crederlo. La buona notizia, e su questo val la pena lavorare, è che molto dipende da noi, sta a noi “far valere”, “dar valore” alla vita che viviamo.
    Penso alle scritture della tradizione cristiana, all'esortazione molto bella ad essere “il sale della terra”. “E se il sale perde il suo sapore, chi glielo ridarà?”. Il sale non perde il suo sapore. Ma a volte perdiamo il senso del gusto, o ne siamo assuefatti. Allora bisogna ricordarsi dei buoni sapori, del buon valore della vita.

    Anche su un piano più da "piedi per terra", come quello della gestione economica del denaro, il problema rilevato da Scott è secondo me ben applicabile. Ci preoccupiamo che qualcosa costi più di quel che vale – e man mano che, prudentemente e ben facendo, ci abituiamo a regolare la nostra gestione facendo attenzione a pagare il giusto per un valore corrispondente, buon principio per una spesa oculata, succede che possiamo degenerare e arrivare a vedere tutto in termini di spesa monetaria: “quanto mi vale questo?” “vale quel che costa?” - questo approccio molto pratico secondo me va benissimo, per esempio quando si comparano due tipi di spesa: è meglio spendere X per un comune capo di vestiario, o 100X per un capo firmato? Dipende, dal valore che vi si connette. Se è una questione di coprirsi efficientemente, è un conto; se è una questione di immagine, o di status, può darsi che sia meglio spendere di più... Quello da mettere a fuoco è l'aspettativa di valori: stai pagando per qualcosa che vuoi, o stai pagando qualcosa che magari altri vorrebbero, ma che a te non interessano, o interessano meno di altro?

    Dunque, trattandosi di destinazione di una somma di denaro, è utile chiedersi se convenga la cena o la spesa al supermercato, l'affitto o la vacanza, l'auto o il pullman o il guardaroba... Ma che dire quando si tratta di cose non suscettibili di una valutazione comparativa? E' meglio un pomeriggio con la persona amata, o un pomeriggio in palestra? E' meglio una riunione di lavoro, o andare a trovare un familiare? E' meglio correre o andare al cinema etc.
    Qui non prevale la comparazione di costi economici. Così come non prevale la comparazione del risparmio di tempo. Qui si tratta di godersi la vita – mica una sfida da poco. E non c'entra con la produttività fordista o post-fordista.

    Che fare allora? “Godersi la vita”. Qualche anno fa, se ci penso, proprio da qui avevo cominciato!
    Il risultato è che ho investito capacità e tempo per... liberarmi tempo e procurarmi risorse economiche. Finché non l'ho fatto... be', ero sempre ai blocchi di partenza, non facevo niente! Dunque credo che sia stata una buona cosa.

    E poi – e ora?
    “Ora” è sempre la nostra questione cruciale. E la viviamo al presente, non c'è dubbio. Cercando di tenere il più possibile la nostra mente nel presente, vicino al nostro cuore, il cui battito è presente sempre, conosce il ritmo, ma del tempo che passa se ne infischia.
    “Ora” scegliamo, compariamo, diamo valore, tratteniamo o lasciamo andare – viviamo, costruiamo, distruggiamo, scriviamo il passato del nostro futuro, le storie che ci scambiamo e raccontiamo vicendevolmente vivendo.
    E la chiave del sapore della vita, del valore di ciò che viviamo, quel valore che vale e supera ogni costo, quella ricchezza (!) ha proprio a che vedere con la sfida quotidiana ed eterna del gusto della vita. Gustare, godere la vita. Insaporita di noi, sale del mondo.
    Be' – mica uno scherzo, sono d'accordo. Che dite, ne vale la pena? Per me sì – così, oggi, domani, ieri e sempre: sì.

    sabato 15 maggio 2010


    Il tempo? E' ciò che ne facciamo


     


            si parla di questo argomento anche qui
    (Image Courtesy of CarréImage)
    Il tempo è quello che ne fai. Ci hai pensato?
    Non è necessario ricorrere a classificazioni e distinzioni del tempo (ne hai sentito parlare? Tempo naturale e tempo coscienziale, tempo vissuto, tempo raccontato etc.). 
    Certo può voler dire qualcosa, ma porta solo confusione se ti fa credere che esistano tanti tipi diversi di "tempo", come se fosse qualcosa che si spezzetta in realtà diverse, o come se si potesse distinguere o scegliere di passare da un tempo all'altro, capire se ci si trovi in uno o in un altro.

           Il concetto di tempo - non voglio metterlo in dubbio! - è dei più complessi, e senz'altro della massima astrattezza. Eppure è dei più accessibili al pensiero, perché in qualche modo riguarda qualcosa che è dell'esperienza comune di ciascuno di noi.
    Mentre posso dire di non avere idea di che cosa sia... un amminoacido, pur essendo sicuramente qualcosa con cui pur non sapendone niente ho a che fare più che da vicino, diversamente un'idea qualsiasi più o meno rozza di "tempo" fa parte del mio linguaggio e pensiero quotidiano.

           Il tempo è quello che fai del tempo.
    Stai leggendo. Che cos'è il tempo che dedichi alla lettura?
    Puoi cronometrarlo, certo.
    Quanto impieghi, 3 minuti circa?
    Be', magari io impiegherei tre minuti e mezzo; magari la mia amica 2 e un altro 5.
    Anche io impiego una quantità cronometrica di tempo diversa a seconda che legga in un momento o in altro, con uno o un altro intento.
    Il tempo di lettura di un testo scritto non è una misura prefissata.
    Leggere un articolo scritto non è come prendere una pezza di stoffa tagliata - di un rettangolo di stoffa tagliato in una misura di 1 metro X 0,50 si dirà sempre che sia un metro per cinquanta centimetri, e non potrò farla più grande o più piccola, a meno in questo caso di tagliarla ancora. Allo stesso modo un articolo scritto conserva ad ogni lettura il medesimo numero di caratteri, di parole. Ma non richiede sempre lo stesso tempo di lettura.
    Se guardo un film, il film ha una sua durata prefissata, così come un'audiocassetta, un CD musicale. Però a me che guardo, o a te che ascolti, lo stesso pezzo può sembrare lungo o corto, troppo breve o interminabile, a seconda dei nostri gusti, ma anche della  disposizione del momento. Perché, di che cosa si tratta?

    Quando parliamo di un problema di tempo pensiamo spesso che si tratti di qualcosa che ha in qualche modo a che vedere con il tramontare e il sorgere del sole, e anche o soprattutto con il ticchettio delle lancette dell'orologio, lo "scorrere" dei secondi, dei minuti e delle ore. 

    E certo anche questo è tutt'altro che errato. 
    Eppure, quale problema potrebbe mai esserci, se le cose stessero così? Sapremmo esattamente che il nostro orologio misura delle durate costanti, e sapremmo a che cosa corrispondono quelle durate costanti. E non avremmo assolutamente nessun problema di tempo, quanto meno non più di quanto possa essere il problema, certo avvertito ma culturalmente meno angoscioso e più "pratico" dello spazio.
    Quando si tratta di occuparsi di qualcosa di importante nella vita, e si dice di non riuscirci, si addossa spesso la colpa alla "mancanza di tempo", così come spessissimo alla mancanza di denaro o più raramente alla carenza di proprie specifiche capacità. 
    "Non ho tempo", "non ho abbastanza tempo". 
    Se si dice "non ho abbastanza spazio" di solito si sta dicendo che non si metterà un mobile nel soggiorno, non che non si riesce a risolvere un problema esistenziale. 

    Nella quantità di tempo cronometrico in cui tu leggi questo articolo, può darsi che qualcun altro faccia cuocere la pasta, e qualcun altro rientri a casa dal lavoro; e che qualcun altro non faccia in tempo ad arrivare a casa dal lavoro, e qualcun altro non faccia in tempo a far cuocere la pasta.
    Che tempo è? Il tempo di leggere un articolo, il tempo di far cuocere la pasta, il tempo per rincasare dal lavoro? O nessuno di questi?
    E' ovvio che il punto non è quello di intrattenersi su una disquisizione di ontologia, per quanto possa essere in alcuni casi interessante.
    Il punto è perché ci sta a cuore questa questione che sarebbe il nostro tempo, e in che modo ci vogliamo comportare al riguardo.
    Se il tempo è quello delle 24 ore per ogni giorno dell'anno, per 365/366 giorni l'anno, per gli anni della vita di ciascuno, allora per ogni anno che viviamo abbiamo gli uni rispetto agli altri esattamente la stessa quantità di tempo. Però in quella stessa quantità di tempo facciamo quantità di cose diverse, gli uni dagli altri, e noi stessi da un giorno all'altro, o da un periodo all'altro.  
    Quanto tempo impieghiamo relativamente per ogni attività?
    Perché mai io non avrei tempo di andare in palestra, e la mia collega sì? Perché tu hai tempo da dedicare a un hobby, e tua moglie no?
    Può darsi che io abbia una famiglia, un cane, un canarino e le sue esigenze di cui tenere conto, e la mia collega no. Ma può anche darsi che questo sia quello che penso io, e che la mia collega, anche se io non lo so o non ne ho tenuto conto, abbia un compagno nullafacente, figli, cani, canarino, uno o due genitori anziani e malati che assiste amorevolmente ed efficientemente. 
    La mia collega è la donna bionica? O la mia collega ci tiene veramente ad andare in palestra, mentre io cerco una scusa per non andarci - e la scusa che trovo più comoda è quella del "tempo"?
    Ti ricordo che ho parlato di "liberare tempo" anche qui, in un post che ho avuto il piacere di vedere ospitato su InvestiSuTeStesso; dai un'occhiata!


    venerdì 1 gennaio 2010

    appunti su dialettico.it: diritto, fondamento, ermeneutica

    Una segnalazione interessante dal sito dialettico.it:

    FEDERICO M. GIULIANI – LORENZO BATTISTUTO

    Fondamento e nichilismo

    - due brevi conversazioni sul diritto – in dialettico.it, sezione Argomenti - scarica il pdf

    Le due "brevi conversazioni" altro non sono che due dissertazioni in piacevole forma di dialogo, sulla falsariga del "classico" dialogo filosofico in stile Platone: 1.- Primo dialogo: cenni alla questione del fondamento; 2.- Secondo dialogo: nichilismo e relativismo giuridici (nonché affini).

    Va detto che il tema del "fondamento" evocato nel titolo rimane per così dire sullo sfondo, e non è trattato con una tematizzazione specifica.

    Gli spunti sono fin troppo vasti, ma alcuni punti meritano di essere rilevati, tra gli altri, per sicuro interesse. Data la forma, ci si può azzardare a riferirsi agli Autori come a dramatis personae, e, dunque, saranno qui citati alla stregua di solo riferimento alla parte giocata nei due piccoli dialoghi, e non con un più ampio spettro di analisi su rispettive posizioni accademiche.
    Un tema interessante è da rinvenire in particolare in alcune battute di Battistuto del primo dialogo.
    Riguardano dei cenni all'ermeneutica in ambito giusfilosofico:
    BATTISTUTO: Ho serie riserve su ogni tipo di positivismo applicato alle c.d. scienze umane. Esiste una “scienza” giuridica? Non sarebbe meglio parlare di “ermeneutica”?
    proseguendo:
    BATTISTUTO: [...] La razionalità della norma, da perseguire col metodo ermeneutico, non comporta che, nella storia, essa si realizzi senza l'uso della forza. Più in generale, la vita precede il pensiero che tenta di giustificarla. Ma, proprio storicamente, anche la forza richiede razionalità: nessun diritto positivo può fare a meno di una giustificazione (esso è de-ontologia, e non già ontologia). La forza fonda il diritto e lo sostiene (ancora Pascal); ma, poiché la norma implica – sempre e necessariamente – una libera adesione, essa deve ricorrere alla razionalità, cioè alla possibilità si rendere universale sé medesima quale norma.
    [...]
    quando tu chiedi che cosa fare quando la collettività s'impone contra rationem , la risposta è semplice: bisogna, con un contro-movimento storico, ri-stabilire la ratio .

    GIULIANI : Mi ricordi un autore ( ) quando scrive che, senza diritto e legge, non si convive – e poi aggiunge che il diritto senza legge è cieca conservazione, così come la legge senza diritto è puro potere dispotico. Ti confesso, però, che la tua idea della ragione , applicata al diritto, continua a evocarmi il timore della vuota formula.

    BATTISTUTO : Come ho detto, la risposta è sì, se si intende la ragione sotto il profilo formale, cioè logico; la risposta è invece no, se la si intende come capacità concettuale (universalità) di porre il fondamento. D'altra parte, esiste un'alternativa? Anche e il semplice e brutale degli atti umani implica un barlume di ragione (scegliere gli scopi, commisurare i mezzi, valutare le conseguenza, ecc.). [...]
    Da notare lo spunto di intendere la ragione come "capacità concettuale (universalità) di porre il fondamento".

    Temi correlati: Esistenza di una "scienza" giuridica. "Ermeneutica" non è scienza. Qual è il valore del richiamo al "positivismo applicato alle c.d. scienze umane"?

    E' possibile una scienza giuridica?

    2.- Secondo dialogo: nichilismo e relativismo giuridici (nonché affini).
    Nichilismo come "dogmatismo del nonsenso" (Giuliani)

    BATTISTUTO: Sarò categorico. I giuristi non dovrebbero occuparsi dei fondamenti del diritto – come i matematici non si occupano dei fondamenti della matematica.