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venerdì 16 marzo 2012

Non smettere mai di imparare: ho conosciuto qualcuno che lo sapeva bene...

Se avessi libero accesso a qualunque tipo di istruzione, che cosa ti tratterrebbe dall'imparare? Ce lo siamo chiesti, ed ecco alcuni temi che mi erano venuti in mente leggendo l'ultimo articolo di Scott H. Young;

  1. istruzione gratuita
  2. tempo e risorse
  3. ricchezza del sapere
  4. motivazione
  5. apprendimento e miglioramento
  6. studio e scienza


Vorrei riprenderli uno per uno - però non subito. Comincerò questa volta con un semplice ritratto, di una persona che ho avuto la fortuna di conoscere e che sapeva che cosa significassero queste idee.  Era mio zio - o, per essere più precisi, lo zio di mia madre.
Tanti anni fa, assai prossimo al termine della sua vita su questa terra, lo sentii dire che, se fosse tornato indietro, avrebbe voluto soprattutto dedicarsi di più allo studio e ad imparare il più possibile dalla scuola e da qualunque situazione in cui si fosse trovato ad averne occasione. Io non glielo dissi, allora, e tuttavia pensai che l'aveva già fatto. 
Non so di preciso quali scuole avesse frequentato e che cosa avesse studiato - forse le scuole medie, forse le superiori - ma si trattava di una persona che rappresentava in tutto l'amore per il sapere e per lo studio, in ogni situazione in cui  avesse occasione di imparare. Aveva fatto studiare i propri figli, insistendo perché frequentassero e completassero gli studi universitari. Non ha mai smesso di incoraggiare e di ascoltare con autentica curiosità e attenzione le notizie sulla scuola, le università, gli studi in genere di tutti i nipoti, di prima e di seconda generazione. Pur rimanendo sempre semplice e "alla buona" in tanti aspetti materiali della vita quotidiana, dal vestire alla casa alla macchina, coltivava da sempre l'attenzione per la parola, per la correttezza, l'espressività e anche in un certo senso la ricerca del linguaggio. 
Aveva un talento innato per giocare con i significati dei termini, con i nomi delle persone, e per inventare nomi nuovi per le persone e le cose. Si appassionava per la soluzione di problemi pratici, come un guasto da riparare o un lavoro da finire. Leggeva. Frequentava i corsi dell'Università popolare e si dedicava con passione al servizio sociale, come volontario alla guida di autoambulanze. 
Negli ultimi anni aveva studiato Shiatsu, cominciando ad esercitare con successo piccole sedute di assistenza per amici e parenti. Amante della scienza, della tecnica, della matematica, nonché della musica, soprattutto negli ultimi anni si era avvicinato più che mai alla spiritualità, interrogandosi con meraviglia e interesse appassionato sul mistero della vita, del vivere e del morire, e di ciò che attenda o meno ciascuno di noi nell'"aldilà". 
Mi piace pensare che ascolti e sbirci queste parole, con il sorriso ironico che gli si accendeva spesso sul volto, lo sguardo misto di intelligenza, scaltrezza e un'astuta benevolenza, temperata dall'arguzia disincantata dello "spirito libero" che lo accompagnava.
Credo che avesse studiato più di molti studenti a tempo pieno che frequentano corsi universitari e master. Non tanto per la gamma di nozioni acquisite, quanto soprattutto per la capacità, in parte forse innata, ma in parte maggiore sviluppata con l'esercizio della pratica nell'atteggiamento quotidiano, di dare valore al sapere mettendolo in gioco in una rete di collegamenti, rimandi, in modo che ogni cosa imparata si intrecciasse con le altre, non lasciando le cose apprese abbandonate come nozioni isolate, ma combinandole in modo che da due nozioni ne risultasse una terza, forse proprio quella mancante per arrivare ad un quarto aspetto. Metteva in gioco questo modo di essere nelle cose più semplici, come nella conversazione, negli incontri quotidiani con le persone.
Del resto, forse proprio in accordo con ciò che esprime la famosa massima socratica, che l'unica cosa che si possa sapere è di non sapere, tutto questo studio non lo faceva sentire mai "arrivato": tutt'altro. Più studiava, e più gli veniva voglia di sapere nuove cose; più sapeva, e più avrebbe voluto essere certo di non aver sprecato un solo momento, una sola occasione. 
Così avrebbe fatto troppe volte, a suo dire, prima, quando era "obbligato" a studiare e forse aveva recalcitrato un po'. Io però continuo a pensare che se anche ciò fosse vero - e non ci scommetterei - avesse ben presto rimediato all'errore, e progredito ampiamente ben oltre quelli che aveva creduto esempi migliori di lui.  Ho sempre pensato, e penso, che il tempo, in questo senso, lui non l'abbia sprecato mai.

lunedì 5 marzo 2012

letture da ripensare:

"If education were to become free and less time consuming, what would stop you from learning?" - Scott H. Young (link)
"Se l'istruzione diventasse gratuita e richiedesse meno dispendio di tempo, che cosa ti tratterrebbe dall'imparare?". Spunti di riflessione: ci penserò e mi piacerebbe che lo facessimo in tanti. Istruzione gratuita; tempo e risorse; ricchezza del sapere; motivazione; apprendimento e miglioramento; studio e scienza - in una sola frase sono già come minimo questi sei i temi non trascurabili.
Ci ritornerò. Ma intanto suggerisco la lettura e il video di Scott: http://www.scotthyoung.com/blog/2012/03/04/learn-faster-without-college/
                                                                                        

sabato 9 ottobre 2010

Hai idea di che cosa significhi rivoluzione?

Cambiare significa che nulla sarà più come prima. 
Non puoi cambiare qualcosa immaginando che tutto resti com'è.
Non puoi entrare nella categoria di quelli che consideri "ricchi" e continuare a percepire un sussidio per il disagio economico. 
Non puoi fare il libero professionista e pretendere di difendere la classe che chiami "il proletariato". 
Non puoi diventare una taglia 40 e continuare a indossare i tuoi vestiti 44. E probabilmente non puoi nemmeno conservare la simpatia delle amiche con cui condividi abbuffate e sensi di colpa. 
Non puoi trovare una fidanzata fantastica e continuare a lamentarti dicendo che le donne sono tutte odiose. 
Non puoi essere libero e indipendente e continuare a fare la vittima che inveisce contro le oppressioni. 
Non puoi sconfiggere tutti i nemici e continuare a prestare servizio come guerriero: se è tutto qui quello che sai fare, sarai, tutt'al più, un reduce. 
O magari puoi: e però lo sai, che non ha senso. 
E allora, che cosa ha senso fare, quando desideri un cambiamento? 
Puoi provare a chiederti, per prima cosa, "è questo quello che voglio? E' proprio questo? E lo so, che cosa comporta? E' credibile, plausibile, quello che mi immagino?". "Non voglio essere un lavoratore dipendente, non voglio che un altro mi dica che cosa fare, voglio decidere solo io". Ti stai solo lagnando, oppure sai che cosa stai dicendo, e lo dici sul serio? 
Stai dicendo, davvero, che vuoi inventarti un'attività, e un modo per renderla utile ed interessante per altre persone, e che vuoi guadagnare in modo discontinuo, a seconda dei successi, magari in una volta sola quanto prima avresti guadagnato in sei mesi - e poi più niente magari per altri sei mesi?
Che sei disposto a scindere il guadagno dalle unità di tempo, ed ancorarlo al valore effettivo di quello che fai? Che sei disposto a far fronte in prima persona alla mancanza di ispirazione, alla svogliatezza, ai cali di rendimento, tutto senza stipendio fisso o ammortizzatori sociali?
Se è questo che vuoi, o qualcosa del genere, può darsi che una libera professione o un'impresa facciano al caso tuo. Ma se non è così, stai solo parlando di passare da una scusa per lamentarti ad un'altra - e cioè non vuoi quello che dici, vuoi solo lagnarti. 
Lagnarsi non è male: puoi farlo. Puoi dire che ti serve uno sfogo, che vuoi dare voce ad un malessere e una rabbia che ti covano dentro, puoi dire che devi buttare fuori tutta una serie di impressioni negative, prima di poter pensare "a cuore libero". 
Questo va bene. Ma non chiamare "desideri" quelle che sono invece delle invettive di sfogo. Non chiamarle "ragionamenti" o "idee". Non pretendere che chi ti dà ascolto "capisca", perché quello che chiedi è che qualcuno ti stia vicino, ti consoli, o provi compassione (autentica com-passione, non pietismo) e non c'è niente da "capire".

mercoledì 18 agosto 2010

Il caso del Valore allo sbaraglio

Immaginiamo per un momento che i "valori" non siano qualcosa di sancito da una entità superiore, divina, o anche da una morale equiparata al divino, avvolta in un'aura di assolutezza e di mistero. Immaginiamo che questo tuttavia non significhi, neppure, che "i valori non esistano": immaginiamo che non siano, anche se non sono assoluti e divini, un qualcosa di per ciò stesso inventato senza fondamento, come una storia raccontata da un imbroglione, ma che siano qualcosa di vero, di effettivo, di operante.
E' possibile immaginare questo? Un mondo di "valori" demisticizzati, ma non per questo ridotti ad un nulla, e neppure ad un calcolo razionale spiegabile con una formula economicistica?

Credo che sia possibile. Immagineremo perciò, per esempio, che "valore" sia qualcosa di riconosciuto da un gruppo significativamente aggregato di persone, un gruppo di rilevanza sufficiente perché i membri che se ne riconoscono parte possano immaginare ragionevolmente che quei valori siano incontestati e condivisi unanimemente da tutti coloro che fanno parte del gruppo, che siano ritenuti "la norma" per una collettività che per il "loro" mondo possa assimilarsi al "tutti" - pur nella consapevolezza che di fatto esistano molte persone che pensano ed agiscono diversamente, eppure tale consapevolezza non sia rilevante per destituire quei valori di fondamento. Se, per esempio, da bambini ci è stato insegnato in famiglia che ci si lava sempre le mani prima di mettersi a tavola, e che non è permesso presentarsi a tavola senza averlo fatto, è concepibile che noi da bambini ubbidienti capissimo benissimo che forse molte persone si sarebbero messe a tavola senza lavarsi le mani, e che queste persone potevano essere anche biasimevoli per qualche motivo, ma ci saremmo stupiti molto se ci fossimo accorti che questo potesse essere normale per uno "dei nostri", un fratellino, un cugino, uno zio, un amico di famiglia... Il valore "solo mani lavate a tavola" era una cosa riconosciuta come vera e vincolante, non come una regola accidentale.
Ma in che modo si può stabilire un valore? C'è qualcosa che richiama quello che negli studi giuridici si indica come una "consuetudine", con la differenza che il termine consuetudine si impiega in questo senso come termine strettamente giuridico, mente il termine "valore" se ne distingue perché ritenuto attinente alla sfera della morale. Il grado di vincolo normativo, tuttavia, e la formazione, intesa come storicamente intracciabile, vuoi come "innata", vuoi come tanto remota da averne perso memoria, sono analoghi.
Ma come si può spiegare che esistano sistemi di valori diversi? Come riconoscere un "valore" culturale?
Se ammettiamo che per la cogenza di un valore, così come per la valenza giuridica di una consuetudine, non possa darsi (o quantomeno possa non darsi) una tracciabilità storica, in altre parole ammettiamo che non se ne possa tracciare una genealogia, non se ne possa ricostruire un procedimento di formazione, allora pretendere di ripercorrere la storia di formazione di un valore o un complesso di valori non pare essere molto utile al fine di individuare quali siano i valori di una cultura determinata, nè tantomeno al fine di stabilire se, tra complessi di valori che appaiano contrastanti, ve ne sia uno che debba prevalere legittimamente su un altro.
In altre parole, mi sto riferendo all'ipotesi che gruppi che si identifichino come appartenenti a culture disomogenee riscontrino un conflitto tra i rispettivi valori inerenti ad un particolare aspetto della vita associata: se i due gruppi per qualche motivo si trovano a coesistere in uno spazio comune, e i due complessi di valori sono discordi al punto di non poter coesistere (per esempio perché secondo uno si devono lavare sempre le mani con acqua prima di mettersi a tavola, mentre per l'altro per esempio usare l'acqua appena prima di mettersi a tavola sia disdicevole e sia invece dovuto cospargersi le mani di sabbia prima di toccare cibo), come si potrà individuare se un sistema di valori debba prevalere, e quale? E' legittimo pretendere di affermare che, per esempio, uno dei due sistemi di valori sia quello corretto, mentre l'altro sia sbagliato, e debba essere uniformato al primo?
Abbiamo detto che non ha senso in un caso come questo rifarsi ad una sorta di genealogia o di storia della formazione dei rispettivi valori.
In effetti, se ci si domanda se un valore sia effettivamente tale, se costituisca una norma morale che viene ritenuta tale da un gruppo di persone, non ha molto senso cercare di elaborare test logici più o meno raffinati, elaborati od eleganti. La constatazione di una valida norma morale è nella constatazione "di fatto" di un comportamento socialmente significativo. E' in un certo senso in re ipsa. Non è dimostrabile, ma tutt'al più mostrabile. Si può dire che se ci si chiede se una norma morale sia effettivamente esistente, probabilmente è perché esiste. Se più norme morali appaiono in conflitto, e non pare ragionevolmente individuabile un motivo di imbarazzo che sia di fatto estraneo alla sfera morale (per esempio un problema di interessi economici, di minacce materiali, di rapporti di forza etc.), ma semplicemente in entrambi i gruppi le persone che ci tengono a comportarsi "come si deve", senza secondi fini di rilievo, enunciano norme tra loro insanabilmente contrastanti, allora esistono due confliggenti sistemi morali - entrambi veri, legittimi e ugualmente fondati e cogenti rispettivamente per ciascuno dei gruppi.

Come è possibile?

Forse, per esempio, perché diverse sono state determinate condizioni in cui quelle culture si sono sviluppate e quelle norme hanno trovato applicazione...
Ma non avevamo detto di lasciar fuori i tentativi di una genealogia dei valori?
Ebbene, avevamo detto che una genealogia dei valori è irrilevante ai fini di determinare se un valore sia tale o no, di "riconoscere", individuare, un sistema di valori. Quello che però stiamo facendo ora è ipotizzare, una volta che un valore sia stato riconosciuto come tale, per esempio perché osservato nel conflitto effettivo con un altro valore, che siano state determinate condizioni materiali, culturali, storiche a contribuire al delinearsi di quella forma di valore.
Nell'esempio già immaginato di come comportarsi prima di mettersi a tavola, forse chi dice che è buona cosa lavarsi le mani con acqua lo dice perché le mani devono essere pulite, l'acqua è normalmente disponibile ed usata per la pulizia, e le mani sono di solito poco pulite perché intente in attività quali lavoro o gioco a contatto con sostanze che sporcano. L'altro gruppo, per cui non è assolutamente cosa buona lavarsi con acqua, mentre è cosa buona impiastrarsi di sabbia, può darsi che sia abituato ad abitare in zone in cui l'acqua scarseggia, le poche fonti di liquidi sono lorde e ridotte a pantano, e magari le mani sono sempre pulite prima di mettersi a tavola, perché per esempio i pasti si consumano in locali prima di accedere ai quali ci si deterge abitualmente con una pezza di stoffa pulita, per poi applicare una polvere di sabbia o una farina che protegge le mani dall'unto dei cibi. L'acqua, di fatto, in una simile situazione sporcherebbe anziché garantire igiene.
Ovviamente, se non parliamo di regole pratiche, ma di norme morali, si deve immaginare che si tratti di accorgimenti entrati in un automatismo, per cui è moralmente ripugnante sedere a tavola senza aver passato le mani sotto l'acqua, in un caso, e avendole vicersa bagnate, nell'altro caso. Chi lo fa, insegnandolo ai più giovani, e indicando come biasimevole un comportamento contrario, potrebbe forse spiegare, riflettendo o riferendosi a racconti tradizionali, perchè lo faccia, ma più facilmente alla domanda "perché si fa" potrebbe rispondere che si fa così perché si fa così, punto e basta.
Se provo ora ad immedesimarmi in una morale sociale quale, per esempio, quella dell'etica del lavoro... Lavorare, fare il proprio dovere, rispettare i patti, gli orari, le regole, i colleghi, i capi... A che cosa penso? Penso ad un mondo che per quanto possa occasionalmente apparirci un po' strano, comunque capiamo benissimo, accettiamo sostanzialmente con le sue regole del gioco. Riconosciamo che l'interesse per denaro e potere economico o politico-economico appare esasperato - che il perseguimento del profitto, incentrato su un sistematico accaparramento di risorse, ha del patologico - eppure molto raramente o mai ce ne sottraiamo, e comunque i nostri comportamenti prevalenti paiono tendere a perpetuare il gioco anziché a scoraggiarlo.

Possiamo scrivere contro colonizzazione, colonialismi e neocolonialismi, anche in buona fede, e contro l'esasperazione della vita degli "affari", del "business", dell'interesse "economico" (http://andimabe.blogspot.com/2010/06/prima-del-calcio-dinizio.html) e tuttavia ci rendiamo conto di continuare ad esserne parte, e forse nel momento stesso in cui scriviamo contro.
"i personaggi son sempre gli stessi: europei assetati di risorse e ricchezze che invadono terre nuove, noncuranti delle popolazioni native, che vengono governate, schiavizzare, spesso sterminate"
"Parte della nostra ricchezza quotidiana, dei servizi, del progresso, dei benefici, è macchiata di sangue ma non lo sappiamo o preferiamo ignorarlo, dimenticare, coinvolti nella giostra veloce degli impegni importantissimi" http://andimabe.blogspot.com/2010/07/congo-in-limbo.html
Ma se le logiche sociali, culturali, comportamentali etc. della società a cui sentiamo di appartenere in prevalenza sono di questo tipo, se giochiamo questa parte, perché ci è permesso conservarle? Perché, di fatto, siamo in grado di conservarle? La nostra logica prevale perché ha qualche punto di forza, è "migliore" in qualche senso? E non dovrebbe essere smascherabile, opponibile, controbilanciabile? Non dovrebbe implodere, cedere... o essere "copiata", farci perdere il vantaggio?

Non lo so.

Però immaginiamo che si tratti di un gioco di logiche che fanno capo a sistemi di valori diversi. Immaginiamo, per esempio, che la logica che identifichiamo come "nostra", "occidentale", abbia come proprio, tra altri, un assunto del tipo "occorre combattere per ottenere più risorse di sostentamento possibile, è valoroso chi se le assicura con ogni mezzo di cui possa disporre, e occorre combattere per conservare ogni vantaggio ottenuto". Occorre combattere, raccogliere, conservare. Occorre ampliare il campo di raccolta e mantenere basso il numero di coloro che siano ammessi a disporre delle risorse.

Immaginiamo una logica di un altro genere, identificante un diverso gruppo sociale. Una logica, per esempio, di tipo "occorre combattere per assicurarsi la sopravvivenza, i mezzi di sostentamento sono abbondanti e inesauribili, ce n'è per quanti si voglia purché si sia disposti a spostarsi o a combattere se necessario per conquistarseli; anche se i mezzi di sostentamento sono abbondanti, esistono minacce alla sopravvivenza che riguardano le nostre famiglie, le nostre donne, i bambini: è valoroso chi sa difendere da un nemico o da un pericolo il proprio gruppo. Occorre combattere, inseguire e respingere, vigilare. Occorre viaggiare leggeri, conoscere il proprio territorio, stare vicino a chi proteggiamo.

La differenza che pongo tra queste due ottiche è quella tra una mentalità secondo cui le risorse materiali sono abbondanti e ricche, da una parte, e, dall'altra, una secondo cui le risorse materiali sono scarse e povere.

Ecco qual è l'immagine a cui voglio arrivare.

Se un gruppo della mentalità che combatte per accaparrarsi risorse, spostandosi alla ricerca, meritevole, di nuove terre per assicurare beni al proprio gruppo, incontra un gruppo che combatte per difendersi da aggressioni corporali, e che ha un'idea di assoluta abbondanza delle risorse, il secondo gruppo non vedrà nessuno svantaggio nel cedere risorse al primo, e non vedrà nell'atteggiamento di questo nessun atto di minaccia o di violenza; non vedrà nulla da cui difendersi e nulla contro cui combattere. Per contro, il primo gruppo ben volentieri comincerà con l'accaparrarsi quello che gli viene ceduto e coglierà nel disinteresse del secondo gruppo per le proprie risorse un segno indubbio di debolezza, mollezza, ingenuità e cedevolezza. Prima di poter capire che per la prima volta dovrà lottare per conservare le proprie risorse, il secondo gruppo se ne troverà privato. A quel punto, è troppo tardi.

Ma le logiche utilitaristiche in base alle quali il gruppo oppressore ha subissato l'altro non appartengono a quest'ultimo: questo non può difendersi perché l'oggetto dell'aggressione che subisce gli è estraneo. E' colto di sorpresa: il suo corredo per la sopravvivenza è rozzo e inadeguato, insufficiente, perché non sapeva come va il resto del mondo, tranquillo com'era nella sua terra dell'abbondanza.

Per il primo gruppo, depredare colui che non è conscio della ricchezza che possiede, e se ne disinteressa, significa soltanto dare il giusto valore ad un bene dall'altro sottovalutato. Per il secondo gruppo, è incomprensibile che il primo si affanni per togliergli tutte le risorse: perché mai qualcuno dovrebbe volere più di quello che è in grado di utilizzare? Perché poche centinaia di uomini dovrebbero essere una minaccia per le risorse?

Il gioco è fatto - e se ci lamentiamo di aver assunto il ruolo dei cattivi, il problema, adesso, è nostro.
 

venerdì 4 giugno 2010

Perché scrivere - e leggere - blog - E tu, come lo vorresti?


ovvero, la ricchezza dei blog in un mondo di link
(image courtesy of CarréImage)

La ricchezza di contenuti dei blog è impressionante. 

Cominci a leggere i post di un blogger che abbia almeno un annetto di anzianità (un po' più grande di questo, insomma!), e scopri che è meglio leggerne una decina prima di dire che ci si è fatti un'idea dei contenuti generali. 

Ho cominciato a leggere il blog di Giandomenico, che è davvero ricco (scrive una ventina di post al mese, che vuol dire di più di un giorno sì e uno no) e che ha ben due indici di navigazione, uno cronologico diviso per mesi e uno diviso per argomenti in base alle etichette (i tag). 
Eppure ho avuto bisogno che fosse lui a segnalarmi un articolo, che trattava un argomento particolare di mio interesse: altrimenti sarebbe stato difficile che me ne accorgessi.

Un altro esempio.
Ho dovuto passare per altri due blog (Carlotta Cerri e InvestiSuTeStesso) e poi approdare a quello di Filippo Bergamino, per accorgermi che tra i blogger fa una grandissima impressione il famoso discorso di Steve Jobs “Stay hungry, stay foolish” e proprio grazie a Filippo, che ha pubblicato la trascrizione in apertura del suo blog, mi sono soffermata a notare che questo slogan eccezionale non se l'è inventato Jobs, ma che (e lui l'ha dichiarato in modo che lo sapessero tutti) è una creazione geniale di un suo vecchio amico, nata decenni fa - Idee che circolano, a distanza anche di anni.
E così via. Senza il blog di R. Mastroianni, forse non mi sarei ancora accorta della ricchezza del sito dell'Istituto Italiano di Filosofia, etc. 
Grazie allo scambio di informazioni tra blog, alla circolazione continua e possibilmente accurata dei contenuti, una ricchezza sempre più valorizzata si diffonde, un valore si trasmette. 
La sinergia dei contenuti, il colloquio tra blog e blog, da blogger a blogger, è uno dei motori di valore aggiunto della rete. 
Ci tengo a fare di NormanPress un punto di raccolta delle varie scoperte del mondo di blog. Il lavoro è progressivo, mai esaustivo, spesso proprio le cose più rilevanti sfuggono: ma pazienza, si può sempre aggiungere.
Man mano, si crea la rete. Man mano chi ha pensato, meditato, commentato gli stessi argomenti o anche argomenti diversi con lo stesso spirito, si incontra e può confrontare, integrare, arricchire, potenziare le proprie idee, le proprie scoperte di miglioramento. 
Amo pensare che chi passa da qui possa aver voglia di aggiungere qualcosa, che qualcosa possa portarsi via, e che, se anche non trova quello che cerca, possa almeno farsi delle nuove idee per trovarlo da qualche altra parte. 
E, a proposito dello scambio e della circolazione di ricchezza, leggi una piccola riflessione in questa storia ispirata al pensiero del Mahatma Gandhi...
Che ne pensi di questo approccio? Come lo realizzeresti? Mi fa piacere se mi suggerisci qualche idea e impressione - quello che ti piacerebbe per trovare tra queste pagine un luogo ideale da frequentare. A presto!

NormanPress - un piccolo, piccolo blog. Ma ci piace guardare in grande. E' per questo che sono entusiasta di festeggiare per la prima settimana il superamento delle 100 visite, con una crescita superiore al 100% per tutto il mese di maggio. Grazie a tutti i lettori!!!

venerdì 21 maggio 2010

Perdere tempo/spendere tempo? E poi?


[...] The danger of this approach, however, is it forces you to think of every activity you do in terms of impact on your work. Instead of just enjoying spare time, you analyze it obsessively, constantly asking yourself whether its valuable enough to justify the time spent. [...] - http://www.scotthyoung.com/blog/2010/05/14/waste-time/
[...] Il pericolo di questo approccio, tuttavia, è che ti costringe a pensare ad ogni attività che fai in termini di impatto sul tuo lavoro. Invece di goderti semplicemente il tempo libero, lo analizzi ossessivamente, chiedendoti constantemente se valga abbastanza da giustificare il tempo che ci spendi [...]


Should I waste more time – dovrei perdere più tempo?
Ho scritto recentemente un piccolo intervento ponendo una domanda provocatoria: sai perdere tempo?
Noto quello che chiamerei una parabola del cambiamento: si innesca da una situazione iniziale più o meno stabile avvertita come negativa; muove verso un obiettivo delineato, e man mano lo realizza, raggiungendo un picco di positività; quindi, quando diresti che si stia stabilizzando l'obiettivo, i suoi risultati declinano. Nei casi più banali, semplicemente l'abitudine non attecchisce, e si ritorna indietro al punto di prima: più che di una parabola, si tratta proprio di tornare al punto di partenza.
Ma in altri casi il progetto riesce benissimo – e questo è già una buona cosa, non metto in dubbio – però non soddisfa come ci si sarebbe aspettati. In pratica, i risultati rimangono quelli raggiunti, ma il grado di apprezzamento cala, al punto da farci tornare in uno stato di insoddisfazione pari a quello iniziale.
Questo può lasciare molto perplessi.
Dopo aver notato queste dinamiche in forma attenuata nelle mie modeste esperienze personali, le osservo ritrovandole in alcune testimonianze di qualcuno che in modo più sistematico se ne è posto da tempo il problema.

Leo Babauta è, come spesso si nota, un passo avanti a tutti. Osserva: mentre tu constati un suo successo, lui è già oltre. Se oggi ammiri il lavoro che ha fatto con Zen Habits, vedi che mentre di settimana in settimana continua a mantenerne gli standard eccellenti raggiunti, la sua attenzione e il suo entusiasmo creativo si sono già mossi verso novità come i bootcamps di A-list blog, in collaborazione con Mary Jaksch. E quando la maggior parte dei suoi ammiratori e lettori avrà apprezzato questo nuovo aspetto, la sua passione creativa li porterà già a vedere un aspetto ulteriore.
Questa dev'essere, mi dico, l'arte del vivere Zen, e credo che sarebbe tempo perso il mio (e il tuo!) se continuassi ad analizzarlo: va vissuto, punto.

Scott H Young ha un approccio più “tradizionale” e western style. Ben vengano i nuovi progetti, ma la ricerca è quella di una linea di stabilità, qualcosa che fissi man mano i risultati raggiunti.
In lui la parabola del cambiamento è più visibile.
Scott la gestisce con destrezza, e, pare, con un buon mix di analisi e intuito; però ne constata via via la dinamica quasi con sorpresa – segno, forse, che c'è “qualcosa che non gli torna”, tutt'ora, nel processo di miglioramento. Come dargli torto!!
In fondo questi segni critici sono confortanti, anche perché non si tratta di disillusioni, ma di spunti e incentivi per continuare.
Leggendo il suo ultimo post, con il passo che citavo, [...] The danger of this approach, however, is it forces you to think of every activity you do in terms of impact on your work. Instead of just enjoying spare time, you analyze it obsessively, constantly asking yourself whether its valuable enough to justify the time spent. [...] [...] Il pericolo di questo approccio, comunque, è che ti costringe a pensare ad ogni attività che fai in termini di impatto sul tuo lavoro. Invece di goderti semplicemente il tempo libero, lo analizzi ossessivamente, chiedendoti constantemente se abbia un valore sufficiente per giustificare il tempo speso[...], mi venivano in mente proprio queste considerazioni.

Il rischio, insomma, è quello di incorrere nella sensazione che le cose “valgano meno di quello che costano” - questa è una considerazione o meglio una sensazione acutamente pessimista che mi travolge o comunque mi scuote di tanto in tanto: piano piano, scivolo nella sensazione amara e appiccicosa, dura a scrollarmi di dosso, che, in modo totalmente generalizzato, la vita valga meno di quello che costa. Lo confesso, è devastante, e mi prende piuttosto spesso – a volte mi fa sospettare che sia come una sensazione di fondo!

Io non credo che la vita valga, mai, meno di quello che costa. Credo che sia in effetti inestimabile, e che dunque valga qualunque prezzo. Però penso che sia anche una nostra responsabilità quanto la facciamo rendere, quanto di quell'inestimabile valore potenziale permettiamo che si realizzi. Dunque, in assoluto, la vita vale sempre più di quel che costa – ma, nella realizzazione pratica, spesso siamo noi a vivere una vita che non vale i suoi costi.
La cattiva notizia, insomma, è che nulla va da sé. E questo tutto sommato siamo abituati a crederlo. La buona notizia, e su questo val la pena lavorare, è che molto dipende da noi, sta a noi “far valere”, “dar valore” alla vita che viviamo.
Penso alle scritture della tradizione cristiana, all'esortazione molto bella ad essere “il sale della terra”. “E se il sale perde il suo sapore, chi glielo ridarà?”. Il sale non perde il suo sapore. Ma a volte perdiamo il senso del gusto, o ne siamo assuefatti. Allora bisogna ricordarsi dei buoni sapori, del buon valore della vita.

Anche su un piano più da "piedi per terra", come quello della gestione economica del denaro, il problema rilevato da Scott è secondo me ben applicabile. Ci preoccupiamo che qualcosa costi più di quel che vale – e man mano che, prudentemente e ben facendo, ci abituiamo a regolare la nostra gestione facendo attenzione a pagare il giusto per un valore corrispondente, buon principio per una spesa oculata, succede che possiamo degenerare e arrivare a vedere tutto in termini di spesa monetaria: “quanto mi vale questo?” “vale quel che costa?” - questo approccio molto pratico secondo me va benissimo, per esempio quando si comparano due tipi di spesa: è meglio spendere X per un comune capo di vestiario, o 100X per un capo firmato? Dipende, dal valore che vi si connette. Se è una questione di coprirsi efficientemente, è un conto; se è una questione di immagine, o di status, può darsi che sia meglio spendere di più... Quello da mettere a fuoco è l'aspettativa di valori: stai pagando per qualcosa che vuoi, o stai pagando qualcosa che magari altri vorrebbero, ma che a te non interessano, o interessano meno di altro?

Dunque, trattandosi di destinazione di una somma di denaro, è utile chiedersi se convenga la cena o la spesa al supermercato, l'affitto o la vacanza, l'auto o il pullman o il guardaroba... Ma che dire quando si tratta di cose non suscettibili di una valutazione comparativa? E' meglio un pomeriggio con la persona amata, o un pomeriggio in palestra? E' meglio una riunione di lavoro, o andare a trovare un familiare? E' meglio correre o andare al cinema etc.
Qui non prevale la comparazione di costi economici. Così come non prevale la comparazione del risparmio di tempo. Qui si tratta di godersi la vita – mica una sfida da poco. E non c'entra con la produttività fordista o post-fordista.

Che fare allora? “Godersi la vita”. Qualche anno fa, se ci penso, proprio da qui avevo cominciato!
Il risultato è che ho investito capacità e tempo per... liberarmi tempo e procurarmi risorse economiche. Finché non l'ho fatto... be', ero sempre ai blocchi di partenza, non facevo niente! Dunque credo che sia stata una buona cosa.

E poi – e ora?
“Ora” è sempre la nostra questione cruciale. E la viviamo al presente, non c'è dubbio. Cercando di tenere il più possibile la nostra mente nel presente, vicino al nostro cuore, il cui battito è presente sempre, conosce il ritmo, ma del tempo che passa se ne infischia.
“Ora” scegliamo, compariamo, diamo valore, tratteniamo o lasciamo andare – viviamo, costruiamo, distruggiamo, scriviamo il passato del nostro futuro, le storie che ci scambiamo e raccontiamo vicendevolmente vivendo.
E la chiave del sapore della vita, del valore di ciò che viviamo, quel valore che vale e supera ogni costo, quella ricchezza (!) ha proprio a che vedere con la sfida quotidiana ed eterna del gusto della vita. Gustare, godere la vita. Insaporita di noi, sale del mondo.
Be' – mica uno scherzo, sono d'accordo. Che dite, ne vale la pena? Per me sì – così, oggi, domani, ieri e sempre: sì.

sabato 15 maggio 2010


Il tempo? E' ciò che ne facciamo


 


        si parla di questo argomento anche qui
(Image Courtesy of CarréImage)
Il tempo è quello che ne fai. Ci hai pensato?
Non è necessario ricorrere a classificazioni e distinzioni del tempo (ne hai sentito parlare? Tempo naturale e tempo coscienziale, tempo vissuto, tempo raccontato etc.). 
Certo può voler dire qualcosa, ma porta solo confusione se ti fa credere che esistano tanti tipi diversi di "tempo", come se fosse qualcosa che si spezzetta in realtà diverse, o come se si potesse distinguere o scegliere di passare da un tempo all'altro, capire se ci si trovi in uno o in un altro.

       Il concetto di tempo - non voglio metterlo in dubbio! - è dei più complessi, e senz'altro della massima astrattezza. Eppure è dei più accessibili al pensiero, perché in qualche modo riguarda qualcosa che è dell'esperienza comune di ciascuno di noi.
Mentre posso dire di non avere idea di che cosa sia... un amminoacido, pur essendo sicuramente qualcosa con cui pur non sapendone niente ho a che fare più che da vicino, diversamente un'idea qualsiasi più o meno rozza di "tempo" fa parte del mio linguaggio e pensiero quotidiano.

       Il tempo è quello che fai del tempo.
Stai leggendo. Che cos'è il tempo che dedichi alla lettura?
Puoi cronometrarlo, certo.
Quanto impieghi, 3 minuti circa?
Be', magari io impiegherei tre minuti e mezzo; magari la mia amica 2 e un altro 5.
Anche io impiego una quantità cronometrica di tempo diversa a seconda che legga in un momento o in altro, con uno o un altro intento.
Il tempo di lettura di un testo scritto non è una misura prefissata.
Leggere un articolo scritto non è come prendere una pezza di stoffa tagliata - di un rettangolo di stoffa tagliato in una misura di 1 metro X 0,50 si dirà sempre che sia un metro per cinquanta centimetri, e non potrò farla più grande o più piccola, a meno in questo caso di tagliarla ancora. Allo stesso modo un articolo scritto conserva ad ogni lettura il medesimo numero di caratteri, di parole. Ma non richiede sempre lo stesso tempo di lettura.
Se guardo un film, il film ha una sua durata prefissata, così come un'audiocassetta, un CD musicale. Però a me che guardo, o a te che ascolti, lo stesso pezzo può sembrare lungo o corto, troppo breve o interminabile, a seconda dei nostri gusti, ma anche della  disposizione del momento. Perché, di che cosa si tratta?

Quando parliamo di un problema di tempo pensiamo spesso che si tratti di qualcosa che ha in qualche modo a che vedere con il tramontare e il sorgere del sole, e anche o soprattutto con il ticchettio delle lancette dell'orologio, lo "scorrere" dei secondi, dei minuti e delle ore. 

E certo anche questo è tutt'altro che errato. 
Eppure, quale problema potrebbe mai esserci, se le cose stessero così? Sapremmo esattamente che il nostro orologio misura delle durate costanti, e sapremmo a che cosa corrispondono quelle durate costanti. E non avremmo assolutamente nessun problema di tempo, quanto meno non più di quanto possa essere il problema, certo avvertito ma culturalmente meno angoscioso e più "pratico" dello spazio.
Quando si tratta di occuparsi di qualcosa di importante nella vita, e si dice di non riuscirci, si addossa spesso la colpa alla "mancanza di tempo", così come spessissimo alla mancanza di denaro o più raramente alla carenza di proprie specifiche capacità. 
"Non ho tempo", "non ho abbastanza tempo". 
Se si dice "non ho abbastanza spazio" di solito si sta dicendo che non si metterà un mobile nel soggiorno, non che non si riesce a risolvere un problema esistenziale. 

Nella quantità di tempo cronometrico in cui tu leggi questo articolo, può darsi che qualcun altro faccia cuocere la pasta, e qualcun altro rientri a casa dal lavoro; e che qualcun altro non faccia in tempo ad arrivare a casa dal lavoro, e qualcun altro non faccia in tempo a far cuocere la pasta.
Che tempo è? Il tempo di leggere un articolo, il tempo di far cuocere la pasta, il tempo per rincasare dal lavoro? O nessuno di questi?
E' ovvio che il punto non è quello di intrattenersi su una disquisizione di ontologia, per quanto possa essere in alcuni casi interessante.
Il punto è perché ci sta a cuore questa questione che sarebbe il nostro tempo, e in che modo ci vogliamo comportare al riguardo.
Se il tempo è quello delle 24 ore per ogni giorno dell'anno, per 365/366 giorni l'anno, per gli anni della vita di ciascuno, allora per ogni anno che viviamo abbiamo gli uni rispetto agli altri esattamente la stessa quantità di tempo. Però in quella stessa quantità di tempo facciamo quantità di cose diverse, gli uni dagli altri, e noi stessi da un giorno all'altro, o da un periodo all'altro.  
Quanto tempo impieghiamo relativamente per ogni attività?
Perché mai io non avrei tempo di andare in palestra, e la mia collega sì? Perché tu hai tempo da dedicare a un hobby, e tua moglie no?
Può darsi che io abbia una famiglia, un cane, un canarino e le sue esigenze di cui tenere conto, e la mia collega no. Ma può anche darsi che questo sia quello che penso io, e che la mia collega, anche se io non lo so o non ne ho tenuto conto, abbia un compagno nullafacente, figli, cani, canarino, uno o due genitori anziani e malati che assiste amorevolmente ed efficientemente. 
La mia collega è la donna bionica? O la mia collega ci tiene veramente ad andare in palestra, mentre io cerco una scusa per non andarci - e la scusa che trovo più comoda è quella del "tempo"?
Ti ricordo che ho parlato di "liberare tempo" anche qui, in un post che ho avuto il piacere di vedere ospitato su InvestiSuTeStesso; dai un'occhiata!


martedì 4 maggio 2010

Intelligenza finanziaria - Hai seguito anche tu la teleconferenza?

Roberto Pesce - intelligenza finanziaria
Seguita per voi da NormanPress la teleconferenza in onda martedì sera.

L'hai seguita anche tu? Allora hai potuto renderti conto della varietà e densità di contenuti che ha affrontato. 

Di più. Hai potuto renderti conto di che cosa voglio dire quando mi chiedo se "ricchezza" sia qualcosa di immediatamente monetizzabile, di ancorato al concetto di quantificazione monetaria di valore.
Un lavoro come questa teleconferenza è una pezza d'appoggio a supporto del no: ricchezza può essere qualcosa che non c'entra niente con una immediata quantificazione monetaria.

Che tu abbia seguito o no la teleconferenza, sai che non abbiamo pagato per farlo, come lo so io. Così come per quel che mi risulta non sono stati pagati Roberto Pesce, il relatore, né Italo Cillo, moderatore e organizzatore.
Se l'hai seguita, sai che ha avuto almeno un altro centinaio di ascoltatori. 
Sai che almeno qualcuno probabilmente sarebbe stato disposto a pagare per seguirla - ma quanto, questo dipende dall'interesse specifico di ciascuno. 
Io che l'ho fatto per curiosità, magari ci avrei messo 1 euro. Qualcuno che segue specifiche lezioni probabilmente ci avrebbe messo di più.

Ma non è questo il punto.
Il punto è che chi ha seguito la teleconferenza ha percepito 
  1. che rappresenta un portato di valore e 
  2. che questo valore non è immediatamente quantificato nè quantificabile in termini monetari. 
Ora, la prima cosa che viene da dire con riguardo ai contenuti è proprio che è stata "ricca". 
Ricchezza, valore: sono qualcosa a cui diamo un significato specifico, di importante rilievo, e, cosa non secondaria, indipendente da un'immediata quantificazione monetaria. 
La prima conclusione provvisoria: ammesso e non concesso che valga moneta = ricchezza, non vale necessariamente l'opposto (ricchezza = moneta). Ricchezza ha un significato molto più... ricco! rispetto a "moneta"; ricchezza è un concetto più ampio, di cui la moneta non è il sinonimo, ma uno solo dei possibili aspetti.


Tra i temi trattati:
  • problema: spendere più di quel che si guadagna (esempio di Micheal Jackson, Neverland);
  • finanziamenti, pagamenti rateali; l'effetto psicologico potenzialmente devastante
  • fabbrica del debito e fabbrica della ricchezza
  • finanze e "uscita dalla crisi"?  ragionare con la propria testa e "calare nella propria realtà personale"
  • "crisi", instabilità, opportunità.
  • Come valutare un consulente finanziario - la trappola ninjia!
  • "prendere il controllo" delle nostre finanze.
  • Passi concreti  per aumentare il nostro grado di consapevolezza. 
  • come posso aumentare le mie entrate? 
Questa solo una panoramica. Per saperne di più, resta sintonizzato su queste pagine. Per saperne di più su Roberto Pesce, visita i suoi siti:
a me piace partire da questa pagina perché parla di finanze personali - economia molto pratica, quotidiana e spicciola, la chiamererei "economia a portata di tasca" 

www.coachingfinanziario.it
www.robertopesce.com

Grazie e a presto, su NormanPress!

martedì 27 aprile 2010

Imparare ricchezza!


Si può imparare ad essere ricco?

Qualcuno promette, come il gatto e la volpe di Pinocchio, "ti farò diventare ricco". Ma quello di cui ti parlo è diverso: qualcuno dice "ti insegnerò a diventare ricco". Ed è molto più onesto.

Si possono imparare tantissime cose, da semplici o sofisticate tecniche di finanza, a quello che riguarda un atteggiamento personale; si può imparare che ricchezza non è solo moneta, ma, piuttosto, "valore": si può scoprire quale ricchezza si cerca o si ha nella propria vita, etc.

So che lo sai già.

Ma sai viverlo, metterlo in pratica, crederci? Oppure, sotto sotto, per te sono solo parole: una copertina rassicurante, per far finta che i soldi non contino - quando invece fanno eccome la differenza?

Imparare un atteggiamento di ricchezza, di abbondanza, un atteggiamento che migliori il valore della nostra esistenza, ma anche, più banalmente, il modo di gestire conto in banca, portafoglio, carte di credito etc., non è facile.

Pensaci, però: non è importante sapere che la ricchezza non è qualcosa di determinato dalla fortuna/dalla sfiga, e che nemmeno ha a che vedere con il calcolo, la meschinità, la disumanità dello "squalismo"?

Ci sono tanti argomenti di cui dovrei parlare,

1) moneta, denaro e attribuzioni di valore (che cosa è importante?)

2) determinazione di una soglia di povertà (onestamente, quanto ti serve davvero per vivere bene?)

3) mentalità di abbondanza e gratuità (sai dare e ricevere?) (leggi anche qui!)

sono solo alcuni.

Ma voglio cominciare dalla soglia di povertà, e da quello che chiamo il principio di Mr Micawber - ovvero guadagna 100 e non spendere più di 99.

Se non l'hai già fatto, ti chiedo di dare prima un'occhiata a questi due spunti:

http://www.investisutestesso.com/blog/ricchezza/hai-letto-luomo-piu-ricco-di-babilonia-portentoso/comment-page-1/#comment-952

http://www.scotthyoung.com/blog/2008/02/14/whats-your-poverty-threshold/

Fatto?

ScottHYoung, in What's your poverty threshold? -

http://www.scotthyoung.com/blog/2008/02/14/whats-your-poverty-threshold/

invita in modo molto pratico a fissare una soglia delle proprie entrate minime richieste. Possono essere 70.000 euro l'anno, oppure 10.000... o un milione di euro in un anno – non importa. Potresti chiamarlo semplicemente “X” - ma, questo è il punto: quanto vale per te “X”?

Non si tratta tanto di fare una stima di tutto quello che potresti desiderare (non si finirebbe, non c'è limite, seriamente). Si tratta, altrettamento seriamente, di sapere che il primissimo passo verso una sana economia è semplicissimo, ma cruciale:

se guadagni X devi spendere non più di X-1.

Se guadagni 100, spendi fino a 99 e non oltre.

Semplice? Da capire sì, da fare un po' meno.

Puoi partire da una somma che è già fissa – per esempio se disponi di uno stipendio mensile puoi sapere che, a meno di introdurre variazioni nell'assetto delle tue entrate, alla regola non si sfugge: se ci sono 1000 euro al mese, sei ricco finché ne spendi fino a 999 e non oltre.

Quindi, vuoi essere ricco? Fallo! Impara a rinunciare a spendere almeno quell'ultimo euro, come se fosse la cosa più importante, lo sforzo più grande da fare per la serenità delle tue finanze.

Non ti è mai capitato? Per un certo periodo hai vissuto con una certa somma; finiva sempre troppo presto, spendevi qualcosa come un 10% in più che ti faceva arrancare. Poi le tue entrate sono migliorate; sono aumentate non del 10, ma del 20%. Eppure, stranamente, continua a non bastare, anzi: adesso sfori del 15% anziché del 10.

Perché?

Al di là di una soglia minima veramente molto bassa (ci sono persone che vivono modestamente ma serenamente con molto meno di 1000 euro al mese), non esistono grandezze fisse. Non esiste un limite oltre il quale si è “ricchi” e basta, e si può spendere illimitatamente.

Quello che puoi fare, invece, è riconoscere che non vale solo pensare che “si starebbe meglio con qualcosa in più”, ma che, piuttosto, “si potrebbe stare bene anche con qualcosa in meno”.

Se hai la fortuna di guadagnare 1000 euro al mese, sappi che potresti vivere più o meno allo stesso modo anche con 800. Comincia a vivere come se la tua soglia si abbassasse a 800. Risparmiane 200, mettili da parte per un po' e fai come se non esistessero.

Pensi di non farcela? E che cosa succederebbe se il tuo stipendio diminuisse, o se subissi un licenziamento, o se un aumento dei prezzi o un'emergenza ti mettessero di fronte all'inevitabile? Se avessi un figlio, o un figlio in più? Non ce la faresti? Non escogiteresti qualcosa? Se intanto quei 200 euro che non spendi ci sono lo stesso, che cosa ti cambia provare?

Devi sbloccare quel maledetto circolo vizioso per cui non riesci a fermarti prima di aver speso un po' di più di quello di cui avresti potuto disporre!

Datti un momento di respiro: appena puoi, col ritmo a cui puoi, costruisci il tuo piccolo fondo di salvataggio.

Non ce la fai? Non sei ancora strozzato dai debiti: stai solo provando a migliorare la tua sicurezza economica. Prova ad introdurre piccolissime entrate aggiuntive. Fai un lavoretto saltuario per arrotondare. Vendi vecchi oggetti che non ti servono veramente. Accetta di fare qualche straordinario, a patto di mettere da parte il ricavato. Può darsi che tu sia in grado di dare lezioni private, come quando eri studente (non devi farlo tutti i giorni, basta uno alla settimana); può darsi che tu possa fare l'istruttore supplente di nuoto/tennis/sci/fitness... quegli sport che pratichi ancora e che hai praticato intensamente prima di iniziare a lavorare. Può darsi che un amico abbia un'attività e tu possa essergli d'aiuto (commesso/cameriere aggiuntivo il sabato, distributore di volantini, aiuto per consegne in automobile...). Imbianchino. Traslocatore. Gli amici apprezzano questo aiuto e se possono lo pagano volentieri un prezzo simbolico, che però può fare la differenza.

Non si tratta di ammazzarsi di fatica, ma di fare un lavoretto a tempo perso. Qualcosa che sai fare, che non dovrai fare tutti i giorni, e che ti frutterà un guadagno extra.

Prendila alla leggera! Ma fallo, sul serio.

Comincia così, e metti da parte solo una piccola parte a cui riesci a rinunciare. Non di più. Non di meno. Può essere un euro; possono essere 10, 100, 500. Io ne ho proposti 200 su 1000 perché sono il 20%. Penso che sia la soglia massima di accantonamento, di più è difficile da sostenere ed è troppo. Di meno va bene, io suggerisco di partire dal 10 o 12%.


Questo è solo l'inizio di una serie di proposte. Un punto da cui partire. Se hai voglia di farmi sapere come la pensi, nei commenti pubblici o con una e-mail personale, sarò felice di saperlo!

Se hai suggerimenti o richieste di cui possa tener conto nei prossimi interventi, ancora meglio.

Alla prossima, su NormanPress!