lunedì 14 giugno 2010

Scivoloni. E poi? Si fa presto a dire, ma... ovvio: rialzarsi.

momenti difficili . le prime reazioni e una pratica insolita: il silenzio come pratica di raccoglimento

Cari amici di NormanPress, questa volta il vostro editore se la sta passando bruttina - e non si tratta più di un'influenza.
Quindi, non resta che percorrere passo passo le tappe di quella che è una delle tante esperienze della vita: l'esperimento è quello di approfittare del momento in cui sembra più terribile per provare la tenuta di convinzioni, credenze, teorie, filosofie, tutto quello che in queste pagine e attraverso la rete di contatti si professa come una filosofia di vita in ricerca continua ("in progress", se preferite).
Pronti? Sì, mi seguirete anche questa volta - Grazie!

Due parole sulla vicenda
Come probabilmente molti di noi, anch'io ho intrecciato parecchie relazioni sentimentali. (Una alla volta. Non sono del partito per sovrapporne di più in contemporanea - non mi piace e non ho vocazione per questo stile;-)!)
Come molti di noi possono insegnarci assai bene (vero Ilaria Cardani? E anche Monica, e Giandomenico...), si tratta di temi di enorme peso e importanza nelle nostre vite: relazioni a due, questo mistero affascinante! Tutte le storie hanno qualcosa che le accomuna, e ciascuna è unica, soprattutto perché siamo unici noi in ogni situazione che viviamo.
La storia in questione ha per me la particolarità di essere con una persona che conosco da tantissimi anni, con la quale era nata un'attrazione immediata quando eravamo ragazzi, senza che tuttavia si intrecciasse una relazione. Alcuni anni e molte vicende di entrambi dopo, una relazione era finalmente nata – e dolorosamente interrotta, per scelta di lui nei miei confronti, dopo circa due anni – Interruzione in cui lui era tornato sui suoi passi alcuni mesi dopo, senza che io accettassi di riallacciare il rapporto – Nuove vicende di entrambi, ciascuno per le sue vie.
E in questa storia, alcuni mesi fa, un legame rinnovato si è stabilito, con grandissima gioia di entrambi e un travolgente entusiasmo da parte di lui – Adesso però, un'altra volta per scelta di lui, il rapporto è troncato di nuovo.

Tutto già sentito! E tutti saprebbero piuttosto bene quale sia l'unica considerazione logica da fare in questi casi (“lascia perdere”).
Ma queste sono altre considerazioni.
Il punto è che, di qualunque tipo saranno ragionamenti, scelte, riflessioni al riguardo, la reazione del momento fa i conti necessariamente con qualcosa di non limitato al discorso razionale.
Dolore; rabbia; frustrazione; incredulità tristezza amarezza nostalgia... "Sto male. Sto soffrendo per questa cosa che vivo", è la situazione in cui ci si trova.
Penso che la reazione immediata sia della stessa natura per tutti, anche se le forme che assume possono presentarsi in modi molto diversi. C'è chi urla, chi vorrebbe spaccare i vetri; chi piange disperatamente; chi se la prende con l'altro, chi si sente in colpa, chi vorrebbe riconquistare la persona perduta, chi non ne vuole mai più sapere e tronca ogni rapporto... Ma ogni atteggiamento, o più atteggiamenti insieme, o un misto di tutti, rispondono allo stesso problema, lo stesso "colpo" da incassare.
Nel mio caso, ci sono un po' tutti.
Quello che mi ha fatto più impressione è il senso di ripetizione di uno schema quasi annunciato. Come dire "avresti potuto aspettartelo, in fondo lo aveva già fatto"!
Eppure non rinuncerei a questi ultimi mesi - penso nemmeno se avessi avuto la certezza che le cose sarebbero andate così.

Prima di ri-scommettere su questa relazione, mi trovavo in un periodo di desolazione mai vissuto prima con tanta intensità in breve, la vita mi si parava davanti come permanentemente priva di scopo - davvero nessuno stimolo mi faceva provare interesse per una qualsiasi cosa: vivevo la mia vita come se fosse quella di un perfetto estraneo, assolutamente, totalmente. Da cinque mesi almeno, senza un solo momento in cui alla consapevolezza che non potesse essere così si accompagnasse, anche solo per un attimo, la percezione che fosse vero. 
Difficile rendere l'idea in poche parole, e non voglio indugiare qui su questo, ora. Ma era terribile. In questa situazione, la relazione instaurata è stata qualcosa di assolutamente portentoso - perché questa persona è stata l'unica dalla quale fossi disposta a ricevere speranza e gioia di vivere. Le cose hanno ripreso ad avere un senso. Piccolo; a poco a poco. L'unica cosa sul cui valore non avevo incertezze era proprio la relazione con questa persona in sè. Ma tante altre cose hanno ripreso sapore, il gusto per la vita ha ripreso ad essere qualcosa di vivo. 
Ho iniziato a scrivere questo blog, con una costanza estranea alle mie abitudini, che è un esercizio continuo. Ho iniziato a fare delle traduzioni che mi danno soddisfazione e gioia di una piccola condivisione.
Ora che mi ritrovo a fare i conti con me stessa, trovo uno spirito demoralizzato per ciò che è successo, e non particolarmente saldo - ma con almeno un'idea di qualcosa, magari anche piccolissime cose, a cui attribuisca un valore concreto, effettivamente riscontrato, e non meramente ipotetico. 
Il rapporto della coppia non ce l'ha fatta a reggere da solo tutta l'energia necessaria per sostenere una ripresa così enorme - anche se a piccoli passi. E, credo, la motivazione decisiva per cui lui alla fine ha ceduto è proprio questa (almeno, è una delle più solide). 

Non sono messa bene - questo lo confesso. Ma c'è qualcosa, ed è infinitamente meglio che la desolazione. Preferivo prima. Ma questo "dopo" mi lascia meglio di prima che si ricominciasse.

Queste cose, per quanto occupino molte righe, sono solo un cenno superficialissimo - tranquilli: l'intento non era quello di raccontare un romanzo sentimentale, almeno per questa volta!

Ovviamente, invece, qui sta il senso dell'esperimento "dal vivo" della situazione: dobbiamo passare a vedere se e come si può reagire, se ha un senso provare, adesso e in seguito, ad applicare la filosofia di vita che si va delineando in queste pagine. Il banco di prova: se in questa circostanza mi sarà, come credo, un po' utile, vorrei riferire qui in che modo e come. Altrimenti, se dovrò riconoscere che questi modi di pensiero non si adattano ai momenti concreti in cui ce ne sarebbe bisogno, trarremo le debite considerazioni;-)
Proseguiamo. Il momento critico della rottura mi si è presentato venerdì notte, conclusione "a sorpresa" di una bella serata. La storia che bruscamente si interrompeva era qualcosa di importante che era cresciuto negli anni, anche se il suo ultimo capitolo era solo una questione di mesi. Alcune aspettative e speranze stavano prendendo prospettive di una scelta di vita. E, in un momento - basta. Avevo già fatto fronte a qualcosa del genere - il dialogo c'era stato e capivo i problemi di cui si trattava. Chi avevo di fronte lo sapeva allo stesso modo: stando così le cose, per quanto male facesse non eravamo in grado di gestirla in un modo diverso. Niente da fare!


La prima reazione di fronte all'incredulità per quello che stava succedendo ha preso le forme di uno schock razionalizzato. Per prima cosa ho avvertito una grande desolazione, un immenso sconforto. Poi il ricordo di come in parte tutto questo fosse stato già vissuto. Il senso di come per alcuni versi fosse anche nuovo. L'impossibilità di dare un significato che non fosse forzato al dolore che provavo. Era notte fonda, dolore e spossatezza da stanchezza si affiancavano. Nella mia mente si affacciavano immagini e discorsi sempre più confusi e complessi.
A casa tutti dormivano: ma già sapevo come avrei passato le ore del giorno che di lì a poco sarebbe iniziato: raccontando, raccontando e ancora raccontando. 
Che cosa era successo, i fatti e gli antefatti, le considerazioni, le impressioni, le sensazioni; le ipotesi; i paragoni, le interpretazioni... la tetra-trico-tomia (ovvero, la tendenza ossessiva a spaccare il capello in quattro!) della "cosa" in tutte le sue infinite sfaccettature, tentativo disperato di esorcizzarne la sofferenza.
Penso che fossero ormai le quattro del mattino, quando un'ispirazione mi portò un vago sollievo: fai, soltanto, silenzio. Shhh...!
 
Improvvisamente, non c'era più nessun pensiero affollato: solo poche immagini, perché tutto quello che era accaduto non avrebbe avuto a breve la possibilità di sfociare in un torrente di parole.

Shhhh. Un silenzio, come una piccola pratica mutuata dalle regole monastiche. 

Me lo proposi per una settimana. Capii che sarebbe stato molto difficile soprattutto nelle situazioni di lavoro. Ridussi al fine settimana. Fino a lunedì.
48 ore di silenzio.
Il mattino dopo cominciai subito a capire che non sarebbe stato facile.
Per 48 ore, non una sola parola.
A fare i conti con questa imbarazzante situazione si sono trovati mia madre, mio fratello, mia sorella, il compagno di mia sorella, mio padre.
La pratica di silenzio scelta riguardava la parola-parlata, non quella scritta. Si trattava di un silenzio di suoni, non di una assenza di comunicazione. Ho scritto una decina di fogli, nel corso dell'esperimento, per comunicare alcune frasi essenziali, e un po' di spiegazione di quello che stava succedendo.
La mia immensa gratitudine va alla mia sorellina, perché senza sapere quasi niente, se non che ero triste per la rottura con il mio fidanzato, e che non avrei profferito una sola parola per due giorni, ha accettato di venirmi a trovare, di tenermi con sè a cena a casa sua, di portarmi in giro per la città in mezzo alla gente mentre io, ammutolita, mi esprimevo a gesti.
Sono molto grata a tutta la mia famiglia, perché ha sopportato con pazienza e mi è stata vicino, anche se è riuscita a capire solo un po', e in alcuni momenti è stata inevitabilmente infastidita. Mi sono stati vicini, e mi hanno fatto sentire di volermi bene.
Che cosa ne ho ricavato? Oltre ad un'esperienza un po' surreale, effetto secondario di interesse sociologico, un'impressione di serenità e concentrazione. Non mi si sono chiarite cose particolari: ma nemmeno si sono confuse ulteriormente. Privandomi della possibilità di sciorinare moltissime teorie sulla vicenda, il pensiero ha riposato, ha lasciato che le cose si contemplassero per come erano.
Non so che cosa accadrà. Non so che cosa desiderare, che atteggiamento tenere: se non quello di fiducia che ogni cosa andrà per il bene. 
Stamattina mi sono alzata di buon'ora e con un senso di gioia per la nuova giornata, perché era la giornata in cui avrei ricominciato a parlare. La mia voce sembrava un suono insolito - e l'ho usata meno del solito - tante delle cose che diciamo sono superflue, e a volte il superfluo è particolarmente dannoso.
Questo silenzio ha dato pace al mio pensiero. Ora, con moderazione, un discorso si avvia.


Grazie per accompagnarmi in questa lettura - spero che non vi amareggi se è un po' triste: non è il caso. Succede. Ma mi fa piacere condividere quello che provo, mentre capita. Alla prossima, e buon inizio settimana, con l'augurio di tutto il bene!

5 commenti:

  1. Ciao Paola,
    che post...complimenti
    così profondamente personale..e universale.
    Hai toccato un tema delicato con sensibilità, visto che poi hai parlato di te stessa.
    Lo sai, tendiamo a replicare continuamente i nostri rapporti, le nostre relazioni...ricerchiamo spesso lo stesso tipo di persone..siamo attratti alla fin fine dallo stesso tipo di uomo o donna e soprattutto tendiamo a ricreare le stesse situazioni.
    Lo so benissimo perchè a me è successo diverse volte e mi son ritrovato spesso, pur con modalità diverse, negli stessi "intruppamentali"mentali.
    Che bello l'esperimento del silenzio...Mi hai fatto venire in mente il film "Il grande silenzio" ambientato all'interno di un convento. Il film dura quasi tre ore e il dialogo si svolge solo negli ultimi 60 secondi.Racconta della vita dei monaci, dei pochi monaci rimasti in questo grande convento ripresi nelle scene di vita quotidiana. Quasi tre ore di silenzio condito solo dai rumori della vita, dele porte che si chiudono, dei piatti per i pasti, del suono delle campane e delle preghiere e alla fine 60 secondi di descrizione di vita da parte degli stessi frati. La sensazione è un insieme di traordinaria serenità e concentrazione. Proprio quello che hai descritto tu.
    un abbraccio
    Roberto

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  2. Un abbraccio virtuale a te Paola.
    Nei Tarocchi il silenzio viene rappresentato dall' eremita (9). Ma il significato dell' eremita è anche solitudine positiva,saggezza, esperienza e passaggio.
    In quest' ultima accezzione quello che ti sta succedendo potrebbe essere un passaggio a qualcosa di migliore sia esteriormente che interiormente. Il dolore c' è , è qualcosa di umano ma è indice di una transizione.
    Sii serena e lascia andare le cose come devono andare. Affidati all' Universo, Lui sa cosa va bene per te ora.

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  3. Cara Paola ho letto con molta attenzione e "delicatezza" questo post carico di razionalità e passione. Credo che a nessuno venga in mente di fare la predica o dire lascia perdere. Si rimane in silenzio ad ascoltare/leggere. Il silenzio che hai fatto tuo per 48 ore come forma di chiarimento, ripulitura da pensieri tossici e racconti infiniti che andavano solo ad infettare la ferita. E' vero capita, ma la lezione che devi ricordare è importante, rileggi il post e in alcuni passaggi forse indichi i veri motivi per cui siete arrivati a questo punto.
    Un abbraccio, Roberto

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  4. Grazie Roberto, Fabio, Roberto: per la vostra lettura, attenzione, partecipazione e affettuosa simpatia. Mi siete di sostegno.

    Il film che Roberto indica, Il grande silenzio (Philip Gröning, Germania 2005 - Die grosse Stille), anche se non l'ho visto, mi sembra fortemente evocativo. Le recensioni ne evidenziano, e questo è interessante, il rapporto tra silenzio e sentimento del tempo, della temporalità
    link recensioni:
    http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=36055
    Il regista ha dato a sua volta prova di pazienza e costanza: da quando ha chiesto il permesso di accedere al monastero per filmare il documentario, a quando gli è stato concesso, ha atteso più di 15 anni...! (http://filmup.leonardo.it/diegrossestille.htm)
    (http://www.corriere.it/Rubriche/Cinema/2006/03_Marzo/31/grande_silenzio.shtml)

    @Fabio, l'indicazione della figura dell'eremita mi è particolarmente cara; e mi rinvia al bel libro di Carol S. Pearson "L'eroe dentro noi" e ai sei archetipi eroici di sviluppo del cammino personale che illustra: la figura corrisponde in questo caso a quella del viandante - ci ricorda l'importanza del raccoglimento e della capacità del distacco, del lasciare andare, che non è negazione del valore di ciò che si "lascia andare", ma anzi nella capacità del distacco libera tutto l'apprezzamento della grandezza. Mi piace dirlo con una massima: "esercitati a lasciare ciò che più temi di perdere"...
    vedi dati libro:
    http://www.macrolibrarsi.it/libri/__l-eroe-dentro-di-noi.php

    @Roberto, sto seguendo il tuo consiglio; ciò che suggerisci mi sembra saggio - di solito tutto è sotto i nostri occhi, si tratta di tenere uno sguardo limpido e sapersi anche leggere tra le righe, con onestà. L'esercizio e la meditazione vanno anche in questo senso.

    Bene: posso dire che gli approcci adottati, e i consigli ricevuti, non solo sono in accordo con la filosofia di miglioramento che mi propongo e ci proponiamo di coltivare - ma, come si poteva sperare, "funzionano".
    La serenità a cui contribuiscono è una consolazione che non arreca oblio, ma senso di maggior chiarezza. L'accettazione non è rassegnata, ma tesa a comprendere, alla crescita, al cambiamento. Ciò per cui si soffre non è soffocato, ma ascoltato e via via metabolizzato, fatto parte di un'esperienza emotiva.

    Le risposte dalla realtà circostante e in cui vivo si susseguono man mano che apro e rilasso la mente e il cuore di fronte ai fatti vissuti.

    Prima settimana in sintesi: le tecniche e filosofie di miglioramento e crescita personale possono essere un valido aiuto per lasciar spazio a qualcosa di doloroso e tuttavia non abbandonarsi alla disperazione, ma trovare proprio nel gusto di qualcosa di triste l'impulso a rinnovare le energie che portano a "scavare profondo", da "cacciatori di perle"... (già letto? http://www.investisutestesso.com/blog/decisioni/sei-una-persona-che-agisce-o-che-reagisce/)

    Grazie!

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  5. ciao Paola, innanzitutto i complimenti anche da parte mia: hai trattato con delicatezza un tema importante e ti sei aperta ai tuoi lettori. Non ho consigli da darti se non questo: per essere persone realizzate e mature non dobbiamo far dipendere la nostra Felicità dagli altri ma da noi stessi. So che può suonare egoistico ma solo grazie alla forza interiore possiamo interagire col mondo, voler bene, apprezzare le cose, metterci al servizio degli altri. A quel punto gli eventi esterni e le altre persone - come di riflesso - assumeranno un altro significato. E questo ci permette di uscire dal circolo vizioso "sempre le stesse situazioni, sempre con le stesse persone, sempre le stesse relazioni, ecc..."

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